domenica 10 giugno 2012

pioggia di lacrime


Ti voglio bene, ma non so di quale amore
vorrei vedere in te ciò che desidero
un giorno svegliandomi
trovarti per caso accanto a me nel letto
che dormi tranquillo e al sicuro

Sicuro di me e sicuro di noi
vorrei stupirmi che è tutto vero
svegliarti con un pizzico
ed esser felice del poco dolore reale
che ti ho fatto per paura che non eri reale

Vorrei amarti come mi ami tu
e trovarmi bene e al sicuro anche io

Anche se sono carta e mi bagno
e poi mi dissolvo
tra le tue dita che mi hanno creduta vera
almeno per un po’

Con le tue lacrime scivolano le mie parole

sabato 2 giugno 2012

non so chi sono


non so cosa sono, non so chi sono
non so se ho i capelli lunghi o corti
lisci o ricci, non so cosa sono.
non c’è possibilità di soluzione
la seduzione è reale
e anche se le parole migliori
mi vengono da sbronza
sento di avere un sorriso buono
in tasca, e mentre ci frugo dentro
mi addormento
dormono i miei sensi
appoggiati a ieri
intorno non c’è niente
solo neve, e dei passi
questo grande schermo
questo grande vuoto
e la follia di fare

venerdì 25 maggio 2012

di te, finalmente parlo di te


Di te
Non ho mai parlato
Mai scritto niente
Dei tuoi occhi
Del profilo delle sopracciglia
E di quel piccolo neo su quella destra
Come il mio
Però ci penso spesso a quest’inverno passato con te:
Abbiamo visto cadere la neve insieme dalla mia stanza
L’abbiamo vista posarsi silenziosamente su Roma
Mentre abbracciati, guardavamo dal vetro appannato
Tu mi tenevi per la vita e io appoggiavo la testa sul tuo petto
dolcemente
bevendo una tazza di tè
Che non ci piaceva nemmeno poi tanto
Però era importante
Come ogni altro piccolo dettaglio descritto
Come ogni pensiero che si trasformava in parole sulle nostre labbra
Di te non ho mai scritto
Non ho mai detto di amarti
Però forse è stata solo una dimenticanza
E ora che tu non ci sei più
Che io e te non siamo più niente
Forse posso ammetterlo

E posso anche ammettere
Senza vergogna
Che mi hai ferita
Moltissimo

Di te
Non ho mai parlato davvero
Ho scritto un po’ di come mi sono sentita attraverso di te
Ma non ho mai descritto i tuoi occhi
O le tue mani
O quella stupida foto che ci ritrae insieme
In cui siamo bellissimi
E tu hai gli occhi chiusi, la mano sulla fronte e si intravede quel neo sul sopracciglio
Quel neo proprio identico al mio
Con te è stato il festival delle prime volte
La prima volta che ho ascoltato la tua voce, col fiato mozzato..
La prima volta che ti ho visto
Che ha coinciso quasi immediatamente con la prima volta che mi hai baciata
La prima volta che ti ho preso la mano
Violentemente, come a volerti dire che eri mio
La prima volta che abbiamo fatto l’amore
Ti ricordi? Eravamo a casa tua e io tremavo di paura ed eravamo ubriachi e abbiamo fatto tanto rumore
Soprattutto nei nostri cuori
E poi, la prima volta che ti ho scritto, la prima volta che tu hai scritto a me
Vorticavano i nostri pensieri
Ci siamo incasinati notevolmente a vicenda
Siamo stati inopportuni quanto basta davanti a tutti
Siamo stati bellissimi e tragici
Perché in fondo, lo sapevamo già

Ecco, forse quello che non ti ho detto, è che lo sapevo già
Che siamo stati un fuoco fatuo
E anche se mi manchi
Non vorrei mai più incontrarti

Di te
Non ho più memoria
Gli amici mi chiedono come va
E tu non sei nemmeno contemplato nelle risposte
Al punto che gli altri per sapere di te
Devono pronunciare il tuo nome
Allora
Ma solo allora
mi ricordo di te
però sei lontanissimo
Mi domando se sia stato un sogno e basta
Visitare tutti quei luoghi abbandonati insieme a te
Entrare nella loro oscurità
Mano nella mano
Affrontando la paura delle tenebre
Quelle di fuori e quelle interiori
E tu  ti aggrappavi a me
Come un bambino
Mi hai sempre considerato la più forte tra i due
E io alla fine non ce l’ho fatta
A reggere tutto il peso
E siamo crollati
Castello di sabbia
E come la sabbia adesso siamo indecifrabili

Indistinguibile l’ingresso
E anche se ritrovassimo la chiave
in nessun modo potremmo mai tornarvi dentro
perché l’ingresso ormai è solo sabbia

mercoledì 9 maggio 2012

vintage


La città è un salottino
dove tutti si conoscono
una danza dalle regole non scritte
si tramanda con i gesti e con gli sguardi
ci sono gruppi seduti sui vari divani
vecchi e logori, rattoppati mille volte
c’è qualcuno in poltrona da solo
o con una dama appoggiata al bracciolo
c’è chi sta alla finestra
perso nel fumo e nei ricordi
ma tutti si conoscono
e ogni passo di danza
è imparato a memoria
così c’è un momento
in cui la musica cambia
e i gruppi seduti si alzano e si confondono
si sfiorano a vicenda mimando la vita
cambiano gli equilibri
ma i marciapiedi sono quelli
sempre uguali
sempre gli stessi
e tutti si conoscono
e la danza ormai la conosciamo
a memoria.

domenica 29 aprile 2012

tu, io, noi.


Hai cambiato idea, cara amica. Scusami, mi permetti di chiamarti così?
Anche se davvero credo di non averti mai vista in faccia, e che i tuoi capelli rossi intravisti in foto erano solo un riflesso dei miei, e la tua voce solo un’intuizione, e attraverso di lei anche l’immaginarmi  i tuoi occhi.
Ti ho costruita nella mia testa e mi hai fatto paura, in un primo momento. Non volevo. Non dovevi. Non c’era bisogno.

E invece sì. Non ricordo quando né in quale stato mentale, ma ho preso coraggio e ti ho fatto diventare reale. E tu sei proprio come me, cara amica. E sì, continuerò a chiamarti così.
Ti ho ritratta forte e coraggiosa. Saprai di certo cosa fare, per non morire soffocata da croci che non meriti.
Eccolo, il mio consiglio non voluto, temuto come le mie labbra a venti centimetri dalle tue, e i nostri occhi che si guardano fissi. Spaventate e tremendamente vicine e dannatamente distanti. 

Ma io davvero ho chiesto aiuto e ringrazio. Ma io davvero sono commossa a guardare quei pezzi di vetro, sanguinanti come le nostre mani, con i riflessi dei nostri giovani visi di donne.

Solo una cosa volevo dirti: sii forte, perdonati sempre, amati, trattati bene. Sempre, con affetto, tua G.

mercoledì 18 aprile 2012

che stupido il mio cuore
quando non vuole sentire ragione
e testardo si attarda
a pensare l'attesa
come la madre incinta
che attende
tra l'ansia e la gioia
di un pensiero quasi mistico
il suo bambino

che sciocco il mio cuore
quando sente d'avere ragione
facendo a pugni con la ragione
in un ring nel quale i due pugili
sono io e provo dolore
per l'uno e per l'altro
e comunque sempre
nell'attesa di qualcosa
che qualcuno vinca
che qualcuno perda
e che torni la pace

giovedì 12 aprile 2012

puntoquattro

dimmi che ci sei e che mi vuoi ancora
dimmi che sei vero e che mi tieni la mano

che non sono solo vecchi tramonti
o gocce di latte perdute nel lavello

le mattine che ti svegli
e che non mi trovi accanto


(scritto centocinquantanni fa, scherzo ma comunque almeno dieci anni fa)

sabato 7 aprile 2012

Libertà (?)


Libera
È così che ora mi sento
Come strumento nelle tue mani
Ho lasciato  che mi suonassi
Mi sono lasciata esplorare a fondo
Ti ho permesso di suonare tutto
Perfino le corde più nascoste
Mi sono abbandonata
Al gioco sapiente delle tue mani
E posso dire che insieme
Siamo stati straordinari
In fondo a quel lago nero
Che ci stava soffocando
Alla fine, in qualche modo
Che non so bene spiegare
Tu hai smesso di suonarmi
Io ho smesso di concedertelo
E siamo tornati ad essere due
E io per conto mio
Mi sento di nuovo
E ancora una volta
Libera

sabato 31 marzo 2012

Sono ancora qua


E prego dio
E corteggio il destino
E rido e piango
E amo
Mentre cerco
Certo
Di capire
Tutto e niente
E vivo
Ecco
Sì, vivo.

martedì 6 marzo 2012

Dire Addio


Era difficile stare lì, davanti a quella cassetta appesa alla colonna, davanti alla stazione. Che materiale era? Ghisa, forse. La gente mi passava attorno, l’altoparlante annunciava i treni, i ritardi e anche i treni dei desideri. C’ero io , davanti alla cassetta postale, focalizzavo solo il rosso della ghisa e intorno a me uno sfondo futurista come da elevata esposizione del rullino: strisce colorate, gialle, luminose…mi ritornava giustamente alla memoria una fotografia trovata per terra, giunta a me da lontano, in una busta, proprio nello stesso modo in cui io mi accingevo a comunicare in quel momento.
Busta in mano. Controllo ancora una volta il francobollo. “Cristo, ma quando è stata l’ultima volta che ho affrancato una lettera vera?”
La busta è bianca, di quelle corte, peccato: avrei preferito averne una di quelle lunghe, per poter piegare i fogli in tre parti per il verso della lunghezza, ma tant’è, avevo quella in casa, e allora ho piegato i fogli prima in due, e poi in quattro. La soppeso, cercando di capire se pesi più o meno dei venti grammi per cui, se li superasse, mi tornerebbe indietro non avendo pagato il supplemento. La giro e la rigiro tra le mani, controllo l’ortografia, sembra leggibile, anche il mittente è chiaro. Sto lì incerta, non so in quale delle due feritoie inserirla, perché hanno cancellato le scritte, una è per la città e l’altra per tutte le altre destinazioni, questo me lo ricordo, però non mi ricordo se devo metterla a destra o a sinistra. Sono incerta e quando faccio per lasciarla, la controllo ancora una volta, cerco di convincermi che arriverà da qualche parte, cioè, che arriverà alla destinazione prescelta, ma mi si stringe il cuore alla sensazione di stare per affidare le mie parole ad un buco nero, da quale non so se usciranno mai e nemmeno quando saranno ricevute. Se, saranno ricevute. Cerco di sbirciare nell’oscurità all’interno della cassetta, ma non vedo niente. Magari la mia è l’unica lettera inviata quel giorno. C’è scritto: “ritiro, dal lunedì al venerdì, ore 12”
Sono le 11:45, basta. Lascio cadere la busta nella fessura a destra. Appena lasciata il desiderio istintivo di riprenderla è forte. Ma è impossibile. Anche l’irreversibilità del gesto mi lascia sconcertata. Vorrei gridare e chiedere aiuto attorno a me, “aiutatemi, voglio riprendermi la lettera, la voglio toccare, la voglio toccare ancora una volta, aiutatemi a rompere, a fracassare questa cassetta di ghisa rossa”.
E invece, devo dirle addio per sempre. Mi allontano, me ne vado mentre si sfoca dentro me il ricordo della consistenza della carta, e anche quello che contiene, e tutto quello che mi porto dietro io, invece, è un’infinita malinconia, il desiderio di restare, qualche grammo di tristezza, che passerà, come sempre. Come tutto.

mercoledì 4 gennaio 2012

messaggi oscuri e voglia di ridere


Io in fondo non c’entro niente, non ho colpe, posso fare e disfare sempre e come voglio. Mi dico così ma poi lo so che non è vero. Che la vita è fatta male e nemmeno io sono inconsistente come una piuma, gravito sul mondo come chiunque altro e, come chiunque altro, posso far male.

Vuole comunicare ma non sa che cosa, nel provarci escono frasi sdentate e forse il vino con l’età davvero annebbia il giudizio.

Moralità!
Malditesta, altro che moralità, ci siamo bevuti cose a caso e nemmeno quello è bastato per evitare di ridere. Ma per fortuna! Che noia sarebbe altrimenti. Ma tu, lo sai tu, cosa vuoi da me? Io non lo so. Mi guardo allo specchio e penso che le vacanze mi fanno male, c’è ignavia e indolenza. C’è anche tanta fantasia, però ci sono messaggi oscuri che mi stanno dicendo qualcosa ma non riesco a decifrarli. Nell’attesa di capire provo a prendermi poco sul serio e vado in cucina in cerca di qualcosa che mi faccia passare il malditesta.

Si è decisa per un sano e nutriente yogurt ai millecinquecento cereali che fabenedepurasgonfiaesnellisce… (come la tisana: “snellente”, dice la confezione. Mi domando se questo participio presente sia vero anche dopo uno dei qualsiasi pranzi di queste feste…”che snellisce”! Ma come fa?! Con il potere delle parole?!?)

E quindi no…ecco…niente…è che…insomma sì buono lo yogurt però… “vede vostro onore: erano lì, proprio davanti ai miei occhi, avrei potuto essere più forte, ma! Vede, che ci vuole fare! È la determinazione che mi manca!”
Oh basta insomma! C’è il pane, le salsicce secche…non ho fatto colazione…però lo yogurt lo mangio lo stesso dopo, magari qualcosa fa.

Dubbi amletici si dipanano ora sull’incommensurabilità tra pane e salsiccia e lo yogurt.

Nonostante il delirio il malditesta non passa, io ho sbagliato a incollare i due pezzi di forex, nutro dei dubbi sull’utilità di qualunque cosa e vedo le parole sbiadire fino a scomparire.
Prima di lasciare questo pezzo di carta virtuale cito il post-it attaccato allo schermo, tanto per consolidare la mia solita prassi e il mio amore per le citazioni: “ricordarsi di essere felici ogni volta che si può”.

martedì 13 dicembre 2011

perché?


Vorrei essere più bella di così
ogni giorno più bella
ogni giorno più adatta
più dolce e sensibile
più forte e carismatica
“avere il controllo
un corpo perfetto
una mente perfetta”
sorrido e ti amo
e sarò qui
ci sarò sempre
con le mie mani
i miei capelli
e i miei occhi
sempre gli stessi
ogni anno più vecchi
c’è sempre solo qualcosa
non c’è mai tutto insieme
siamo stanchi
ogni anno più vecchi
disillusi
irragionevolmente ragionevoli
ho sonno
me ne vado

domenica 4 dicembre 2011

seta.


Ci sono sguardi e mani che non avrei mai sperato di poter incontrare
Sono lì: appesi ai bordi sottili di un filo arrugginito
Tutte le mie amicizie. Sono loro a portarmi, in fondo
Portano il peso del mio corpo umano
E del mio spirito grave e sonnolento
Si affacciano piano e senza invadenza
Come seta sulla pelle.

venerdì 2 dicembre 2011

Onestà.


Lo so che non sono niente per te, e che nella tua vita sono paragonabile ad un granello di polvere sul cuscino, che basta un soffio di vento ad alzarlo e mandarlo via lontano. Non ho idea del perché ma ti penso più spesso di quanto ero disposta ad ammettere fino a qualche giorno fa. Vedi, cambio spesso opinione pure io. Tu non sei niente per me, e non eri niente un mese fa, venti giorni fa. Ma sei sempre stato comunque qualcosa, fin da quando ti conosco. Tenerezza, affetto e dolcezza. Compagnia, sì certo: buona e calda compagnia, anche se le mie mani fredde, taglienti come lame,  irrigidiscono ogni possibilità di dialogo. 
Tu sei. 
Basta semplicemente questo, ora che l’ho percepito quasi di nascosto, tra le pesanti pieghe di filtraggio dei sentimenti che si ispessiscono ogni anno che passa, ogni volta che non amiamo più, che rimaniamo duri e freddi, che pensiamo bastare a noi stessi. Tu sei per me qualcosa che non riesco a descrivere a parole e che non rientra nell’ordinario, ma che mi ha stupito, fin dai primi momenti, non so che cosa mi ha colpito di più, tra la tua statura immensa, che mi fa paura, o la tua bellezza, che mi rende muta.
Perché mi piaci come non mi è mai piaciuto nessuno così tanto. E non l’ho mai detto a nessuno e mi vergogno ora, subito, dell’onestà di queste parole. Sono cose che non vanno nemmeno sussurrate, sono cose che se si dicono, hanno il malvagio potere di far morire tutto. Ma io le sto dicendo perché credo sia già morta, per adesso e per i prossimi anni almeno, ogni possibilità per me e per te di far crescere qualunque cosa fosse nata. Sono state le tue parole, è stata la mia tesi e i tuoi impegni. Non me ne faccio un cruccio e sono tranquilla mentre guardo i friabili ricordi di alcuni dettagli dei nostri incontri fugaci. Mi vergogno. Ho provato sensazioni così belle che mi vergogno per quanto non riesco a capire come faccio a meritarle. E ti ringrazio, e ringrazio ogni minuscolo dettaglio del tempo passato, perché mi fa capire sempre tante cose, e quanto sia importante capirsi bene, e capire che questo vale anche e soprattutto per sé stessi.
Tu nella mia vita non eri niente, e ora sei una finestra che affaccia su un mondo bellissimo, ma che è troppo alta per me, e non ho niente con cui potermi arrampicare per aprirla.
Spero di costruirmi una scala, nel frattempo, e poi imparare a salirla.

martedì 15 novembre 2011

va tutto bene


SCUSA, SONO ROMANTICA LO SAI
TU NON CHIAMI MAI

CARO AMICO:

LE NOTTI D’AMORE SONO LEGGERE E SPENSIERATE
IO MI LASCIO INCANTARE DA CERTI DETTAGLI DEGLI OCCHI
CHE  TI FANNO VEDERE LE COSE
DA PROSPETTIVE DIVERSE
NON NECESSARIAMENTE
PER UN LORO  SENSO INTRINSECO.

SONO AVVOLTA DA SENSAZIONI DOLCI
DA LUNGHI ABBRACCI E TENERI SGUARDI
E MI STUPISCO DI TROVARE LA MIA MANO TRA I SUOI CAPELLI
CAREZZARGLI LA GUANCIA
E NON AVERE SCELTA
E STARE BENE E NON SAPERE NIENTE.

MA COMUNQUE VA TUTTO BENE QUI
PENSAVO TI AVREBBE FATTO PIACERE SAPERLO

martedì 8 novembre 2011

Tu e i Limiti Storici


Accarezzarsi il cuore. Non è mai senza dolore. È un desiderio un po’ violento. Bello e arrabbiato. Quando sono alla stazione, con al massimo una valigia leggera, poco prima che il treno si fermi so già che proverò ad attraversare i binari scendendo il gradino della banchina. E appena salto giù dal treno è quello il momento che mi da più allegria: guardo di qua e di là, lungo le prospettive che corrono sui binari, con il mio sguardo un po’ miope ed appannato, ché infatti è solo per far vedere agli altri che ci guardo, che non sono spericolata, ma coscienziosa. Mi piace che la gente non mi guardi dentro. Voglio che sembri tutto normale, dalla mia pelle in fuori.
Ciò che ti rende interessante è il tuo pianoforte immaginario, gli occhi verdi e quel desiderio di ballare, tanto vago quanto arrogante. E con tutta la violenza che poni nel parlare, sei assolutamente fuori luogo e molesto, chiudi la portiera della macchina in faccia ad ogni possibilità di evasione. Forse sei un territorio da esplorare con lentezza, ma che non mi appartiene. Non adesso. Sebbene alla storia lascerò il compito di far diventare bello ogni nostro momento, è molto probabile che saremo rovine di qualcosa mai esistito. Tutti i colori che vedo oggi rispondono a questo. Non sono sbiaditi e fanno male agli occhi per quanto sono luminosi. Sono nuovi fiammanti. Sono colori solidi e netti, dai bordi precisi che delineano il senso del mio stare, del tuo stare. Separati e sovrapposti. Prendimi la mano e spingimi a ballare. Provocami, rincorrimi in gare di pensieri. Però dopo spogliami e fallo con le mani, toccami la pelle e lasciami senza fiato. Poi resta, se vuoi: prendi la tua solitudine e mettila qui, accanto alla mia. Non farmi domande. Vivimi senza pensare. Baciami. 

giovedì 13 ottobre 2011

silenzio.

Non posso fare a meno
di pensare ai contrasti

il silenzio della casa
il temporale là fuori


la sedia controluce
la finestra grigia dietro


l'oscurità dentro casa
la luce piatta là fuori

il terrazzo lattiginoso
piante bagnate di verde

le gocce del lavello in casa
e le macchine rare là fuori

quassù noi stiamo volando
e la terra è un puntino appannato.




sabato 8 ottobre 2011

numero mille di un vago "c'era una volta"

illusioni di felicità
sbalzi di visione e miraggi
di un futuro prossimo
impossibile da decifrare
e immaginare, immaginare figure e corpi

pace e cavalcavia, tramonti in bicicletta
trovarti una, due, trovarti tre volte
volerti rivedere, sentire il tuo sorriso
che è l'unica cosa che conosco
insieme ai tuoi occhi
sentire il tuo sorriso come la sabbia
caldo e amichevole, accogliente
senza chiedere niente

distanze intercontinentali
vorrei gridare, se solo
non ci fosse il vuoto intorno a me
ma proprio perché il vuoto non c'è
io non posso vederti, posso solo sentirti
e questo mi fa male
logora la mia autoironia
scompare tra i miliardi di particelle
che mi dividono da te

sabato 1 ottobre 2011

sbronze da letto

le nostre vite distorte
scarafaggi e letti adolescenti
vanno e vengono le illusioni
le ombre nette e le luci pure
i malditesta da sbronza
e quelli da autocad
i fertilizzanti che scendono
sterili mosse di ogni figura
retorica di frasi umane
riferimenti o configurazioni
da narrare c'è solo
lo scollamento tra il corridoio
e il letto

sabato 24 settembre 2011

le nostre notti

il tuo profilo è davanti a lei
maledici quel naso cubista
sbozzato e male interpretato
di fronte al bicchiere opaco
e al volto soave, leggero di lei
e dolce con gli occhi brillanti
teneramente rivolti a guardare
in basso, al bicchiere giallo
incorniciata dai riccioli
sul tavolo notturno
dieci bottiglie nel lavello
e i piatti sporchi della festa
con la musica sullo sfondo
bluastro del pc che si muove

un'amica è persa dal sonno
tra il cesso e il corridoio
con la nuca poggiata
sul tavolo tra bicchieri di vino
e gloriosi residui di torta
che aspetteranno la mattina
nessuno sa cosa nascondono
quelle braccia incrociate
sul volto livido quasi morto
un passato che non passa
ostenta un amore finito
perché non sarebbe mai
potuto davvero iniziare

e poi...i primi lavori
malpagati e i nostri
sogni aridi e putrefatti
il nostro vino
i nostri tramonti.