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venerdì 25 maggio 2012

di te, finalmente parlo di te


Di te
Non ho mai parlato
Mai scritto niente
Dei tuoi occhi
Del profilo delle sopracciglia
E di quel piccolo neo su quella destra
Come il mio
Però ci penso spesso a quest’inverno passato con te:
Abbiamo visto cadere la neve insieme dalla mia stanza
L’abbiamo vista posarsi silenziosamente su Roma
Mentre abbracciati, guardavamo dal vetro appannato
Tu mi tenevi per la vita e io appoggiavo la testa sul tuo petto
dolcemente
bevendo una tazza di tè
Che non ci piaceva nemmeno poi tanto
Però era importante
Come ogni altro piccolo dettaglio descritto
Come ogni pensiero che si trasformava in parole sulle nostre labbra
Di te non ho mai scritto
Non ho mai detto di amarti
Però forse è stata solo una dimenticanza
E ora che tu non ci sei più
Che io e te non siamo più niente
Forse posso ammetterlo

E posso anche ammettere
Senza vergogna
Che mi hai ferita
Moltissimo

Di te
Non ho mai parlato davvero
Ho scritto un po’ di come mi sono sentita attraverso di te
Ma non ho mai descritto i tuoi occhi
O le tue mani
O quella stupida foto che ci ritrae insieme
In cui siamo bellissimi
E tu hai gli occhi chiusi, la mano sulla fronte e si intravede quel neo sul sopracciglio
Quel neo proprio identico al mio
Con te è stato il festival delle prime volte
La prima volta che ho ascoltato la tua voce, col fiato mozzato..
La prima volta che ti ho visto
Che ha coinciso quasi immediatamente con la prima volta che mi hai baciata
La prima volta che ti ho preso la mano
Violentemente, come a volerti dire che eri mio
La prima volta che abbiamo fatto l’amore
Ti ricordi? Eravamo a casa tua e io tremavo di paura ed eravamo ubriachi e abbiamo fatto tanto rumore
Soprattutto nei nostri cuori
E poi, la prima volta che ti ho scritto, la prima volta che tu hai scritto a me
Vorticavano i nostri pensieri
Ci siamo incasinati notevolmente a vicenda
Siamo stati inopportuni quanto basta davanti a tutti
Siamo stati bellissimi e tragici
Perché in fondo, lo sapevamo già

Ecco, forse quello che non ti ho detto, è che lo sapevo già
Che siamo stati un fuoco fatuo
E anche se mi manchi
Non vorrei mai più incontrarti

Di te
Non ho più memoria
Gli amici mi chiedono come va
E tu non sei nemmeno contemplato nelle risposte
Al punto che gli altri per sapere di te
Devono pronunciare il tuo nome
Allora
Ma solo allora
mi ricordo di te
però sei lontanissimo
Mi domando se sia stato un sogno e basta
Visitare tutti quei luoghi abbandonati insieme a te
Entrare nella loro oscurità
Mano nella mano
Affrontando la paura delle tenebre
Quelle di fuori e quelle interiori
E tu  ti aggrappavi a me
Come un bambino
Mi hai sempre considerato la più forte tra i due
E io alla fine non ce l’ho fatta
A reggere tutto il peso
E siamo crollati
Castello di sabbia
E come la sabbia adesso siamo indecifrabili

Indistinguibile l’ingresso
E anche se ritrovassimo la chiave
in nessun modo potremmo mai tornarvi dentro
perché l’ingresso ormai è solo sabbia

domenica 4 dicembre 2011

seta.


Ci sono sguardi e mani che non avrei mai sperato di poter incontrare
Sono lì: appesi ai bordi sottili di un filo arrugginito
Tutte le mie amicizie. Sono loro a portarmi, in fondo
Portano il peso del mio corpo umano
E del mio spirito grave e sonnolento
Si affacciano piano e senza invadenza
Come seta sulla pelle.

mercoledì 3 agosto 2011

un sogno.

Cosa scrivere di quei giorni? La cronaca reale dei fatti non assomiglierebbe per niente a quello che è l’illusione che voglio conservare viva. Non so se per entrambi è così. Ho letto qualcosa nei tuoi occhi, che la mia poca esperienza non mi permette di decifrare per bene, eppure essi tradivano qualcosa che mi è sembrato molto simile al mio sogno.
Sai: i fatti reali e i racconti, o la memoria, sono cose assai diverse, e il mio raccontare sta alla vita come le carezze della mattina, che si danno all’amante ancora addormentato, stanno alla notte di passione che le ha precedute.
Chissà cosa si sono detti proprio i nostri occhi, mentre noi biascicavamo a stento parole italiane e spagnole e inglesi … tentando di comunicarci in meno di 24 ore cosa siamo diventati in 24 anni di vita (o di sogno!) su questa terra.
Non so fino a che punto fossero reali o meno le cose che ci siamo detti o gli sguardi che ci siamo dati. E non mi importa. I nostri corpi, quelli sì, qualcosa si sono detti, che va al di là della fisicità, purtroppo (perché non si può mai scindere il sangue e l’anima, anche se credi di sì).
Per me è stato vivere qualcosa di molto raro.  E ho la possibilità di raccontarlo senza cinismo, per come lo ha vissuto la parte più onesta e sincera di me stessa.
Non capita spesso. O meglio quasi mai. E così resterà dentro di me sempre il ricordo dei tuoi occhi e di alcune piccole azioni dolci, e come le tue mani sfioravano la mia pelle, ma soprattutto e di nuovo i tuoi occhi, pieni di passione, dolore e destino.
Perché dolore? Perché c’è stato un deliberato desidero di disubbidire, di pensarci liberi, senza legami.
E il destino, perché? Perché a meno di un miracolo, le nostre vite non si incroceranno mai più.
Quel lunedì, dopo il pranzo da G., sono tornata a casa camminando piano, sotto il sole, tra San Giovanni e l’Esquilino (due dei quartieri più popolari di Roma, pieni di case vecchie e ruderi maestosi), la luce della sera era bella e io mi sentivo ubriaca, guardavo i miei passi, attenta a non guardare indietro, per non perdermi in un limbo o per non trasformarmi in sale. Mescolavo gli ideali e il sangue, mi stupivo di me stessa. Come può essere normale qualcosa che avvicina le persone da continenti diversi per una sera o due, e poi le lascia andare? Non me ne frega niente se molti pensano cinicamente al divertimento di una sera, quello che ha spinto me  è l’eterno bisogno di amore, e il bisogno di credere. Racconto a te queste cose, che abiti in Argentina, un po’ anche perché so che non potrai mai smentirmi: sei già troppo lontano per essere reale.
Mi piace pensare che se avessimo parlato la stessa lingua, se avessimo potuto comunicare più a fondo le nostre passioni, quella luce negli occhi sarebbe diventata qualcosa di più profondo. So anche che verosimilmente tutto questo non è vero e non ha nemmeno senso. Ma per un momento l’ho creduto possibile … poi basta: come una stella cadente o un lampo, o qualcosa che solo si percepisce, senza vedere.

Ecco: è finita. Ieri sentivo ancora la tua mano sfiorarmi la spalla. In futuro dimenticherò ogni dettaglio delle nostre sensazioni fisiche. Alla fine dimenticherò anche i tuoi occhi, e a quel punto sarò costretta a venire a cercarti.

Buona fortuna amico mio.

sabato 4 dicembre 2010

A natale voglio...

abitare ai margini
di una vita tranquilla senza vedere
in continuazione
belle ragazze in fotografie da copertina
belle bionde sorridenti
sempre con i capelli lunghi e lisci e morbidi
con quelle collane tutte uguali, quei bracciali tutti uguali e quegli anelli
con certi stupidi ciondoli a cuore

in realtà vorrei anche
saper evitare la gente che non nutre altro che indifferenza
per la mia persona
e mi frega per ammirazione e idolatria
nei miei tentativi ingenui di amicizie
non ricambiate
vorrei capire quando andarmene
quando restare
capire la gente e quello che prova
amare incondizionatamente
senza paura di perdere mai
perché se ci rifletto un attimo mi accorgo che è così
ma ancora ci sono molti dettagli da esplorare
per capire davvero questa cosa qua

capire al volo i tuoi pensieri
e capire perché ho bisogno di te

vorrei essere migliore
sapere sempre cosa fare
fregarmene un po' di più
volare più leggera di come faccio di solito
take it easy è un concetto che non mi appartiene
voglio una vita semplice
non una vita facile

vorrei essere ricambiata con fragole rosse e prosecco
e un sentimento di scambio
che alcune donne non nutrono
per le altre donne
e i convenevoli dei rapporti
e irritanti sensazioni
di invidie inutili

di amicizia in amicizia
vorrei ringraziare ogni briciola del tempo
dedicato a rafforzare i legami
e le mie amiche, la mia salvezza davvero
con le nostre sciocchezze da bambine
molto probabilmente mai capite dall'altra metà del mondo
e anche da molte donne che non ci conoscono
però vi prego non cadiamo
in quelle stupide foto
dai lunghi capelli morbidi
e gli anelli a ciondolo

voglio voglio voglio
voglio
quest'anno voglio imparare una lingua straniera
dimenticare la mia
ignorare ciò che pensi di me
cercare l'assenza
coltivare il silenzio

e anche guarire dal male
inguaribile.
oppure morire
e davvero uccidere
certi pensieri
certe ovvietà

giovedì 25 novembre 2010

C'è bisogno d'amore

Tra i ricordi c'era lei
tra il mare e la pioggia
il fango e la spiaggia
fatta d'abitudine
bella
in fondo all'abisso
Lei, come uno di quei venti
di cambiamento
distruzione, rinnovamento
E' occhi e mani
calde
sulle tue spalle
Amore non voluto
troppo desiderato
E ancora non sai
se uccidere o pregare
E ancora non sai
se c'è una differenza da trovare

martedì 12 ottobre 2010

L'IMPORTANZA DELLA PUNTEGGIATURA

certo ci vuole un bel po’ di coraggio a sognare ancora mano nella mano o forse no più che toccarsi le mani si sfidano a duello in un gioco di tensione spinta al limite di sopportazione tu cadi e ti sanguina la fronte e il labbro e io ti lecco le ferite ma non basta e allora lei mi ha detto che serve la liquirizia perché sono ferite d’amore quando i sogni sono più logici della realtà onestamente non me ne frega un cazzo

giovedì 30 settembre 2010

L’importanza dell’incremento differenziale

E ogni giorno è come il giorno prima. Ti svegli come se non fosse successo niente. Non ti curi delle molecole che sono invecchiate sulla tua pelle (anche se lo sai: ah, come lo sai bene!), che la terra si è spostata un po’ sulla sua orbita che i poli magnetici hanno impercettibilmente aumentato la distanza da quelli geografici. Non sai nemmeno che, mentre dormivi, qualcuno nel pianeta ha fatto una qualche fondamentale esperienza. Qualcuno è nato, e qualcuno è morto. Delle idee sono state formulate, e qualcun altro avrà certamente finito più d’una bottiglia di buon vino rosso in allegra compagnia.

Tu ti svegli, il mondo intorno a te è cambiato anche molto, ma impercettibili sono i riflessi di tutto questo nella tua vita quotidiana. Solo qualcosa di piccolo. Conosci una persona. Inciampi in un volantino. Ti tuffi nel mondo appena esci dal portone. Col tuo sorriso come unica arma, e un universo incontrollabile dentro. Chissà se il mondo oggi capirà. Otto e mezza di mattina, in ritardo come sempre. Tutto cambia, ma tu e la tua indole ritardataria no. Però qualcosa di infinitesimale, un incremento di entropia, anche la tua vita l’ha subito. E così passa un giorno. Una settimana. Un mese. E così via. E l’anno dopo la tua vita è totalmente diversa. L’invisibile incremento differenziale sommato di giorno in giorno si è materializzato in qualche modo e tu, ancora non te ne accorgeresti, se solo non avessi la memoria di ricordare come stavi “ieri”.

Tutto questo dove ti ha portato? Il minimo impercettibile cambiamento, i piccoli sbagli, i grandi passi avanti, amori perduti, anime ritrovate, gentilezze conosciute e tutto l’odio e tutto il male e tutto il bene e tutto quanto ma proprio tutto … dove ti hanno portato? Dove sei adesso? Fai in modo di trascinare i piccoli mutamenti, mi verrebbe da dire con saggezza spicciola, di cui son capaci tutti, e non farti trascinare. È proprio la sola cosa davvero difficile: trascinare e inglobare i mille raggi di sole incostanti e mutevoli che ogni giorno ti accarezzano il viso, o ti bruciano gli occhi, e portarli verso il migliore dei futuri che riesci a concepire oggi. Cazzo: dura la vita, se ogni mattina che ti svegli devi pensare a tutto questo.

martedì 29 giugno 2010

che poi cosa vuol dire

ascolto canzoni d'amore e basta, non riesco a sentirne altre e sopratutto ripeto la stessa per ore e ore, singhiozzi di malinconia mi accompagnano trascinandomi su e giù per casa, se chiudo gli occhi vedo baci e dolcezze e sguardi e fumosi finali, quando li riapro non riesco a pensare...mi sento stordita e col cervello di una cretina rincoglionita di 15 anni alla sua prima cotta.
allora è vero, mi dico: ti sei innamorata. per lo meno adesso lo so. se è una malattia spero passi presto.

giovedì 3 giugno 2010

tremendi e distanti

Idee di indignazione, anime dolci a venire giù a dirotto come il cosmo come la pioggia, come queste lacrime che non trovano spazio perché non c’è spazio per capire nemmeno cosa si prova, dove sia il dolore, cosa sia la fatica di provare a toccare, ad esplorare il mondo con ingenua verità, con la libertà di dire sempre nient’altro che la verità, perché la realtà ha un significato sempre nuovo, ogni volta che annusiamo questo o quello, un fiore o una discarica, la seduzione del torbido e la gloria dell’eroico. Ogni mutevole azione, ogni sguardo e ogni soffio di vento, i sospiri accarezzano le foglie e il vento scivola tra le dita come se tutto avesse un’importanza precaria. Mutevoli gli sguardi sul mondo, stupita da tanto rumore, da tanto colore, tutti i suoni del mondo tutta questa velocissima giostra che mi fa vomitare, mi fa votare per scendere, mi fa voltare la faccia e guardare all’insù. Ricchi e appassionanti temi di filosofia. Vorrei potermi annullare tra il mouse e il computer, essere solo carta e aria e niente e nessuno e volare e osservare e non fare del male. Ma mi muovo con la grazia di un rinoceronte con il fiato corto e zoppo alla zampa posteriore sinistra, che non sa dove andare che ha perduto le staffe e la regina di cuori gli taglierà la testa e lui corre goffamente verso la salvezza rimbalzando sulla terra col suo peso imbarazzante…il peso dei nostri discorsi il peso dei nostri corpi il peso…ci disturba, ci inibisce, ci disegna, ci formalizza, ci manifesta, ci percorre, ci piega, ci ammazza. Amore amore amore amore amore amore amore… ma che cazzo vuol dire amore, e cosa significherà davvero amare. Quando ho studiato l’acciaio me l’hanno suddiviso in acciaio dolce e acciaio armonico. L’acciaio dolce è molto meno resistente dell’acciaio armonico. La dolcezza non resiste granché. L’armonia ha qualcosa di più sublime. È bello resistere come questi materiali a tutte le prove che cercano di piegarti, o di spezzarti, durante questa vita. La dolcezza e l’armonia, l’armonia come qualcosa di più, di sublime e di bello.  Il sublime come portatore in sé dell’essenza del terribile, bello che ti fa paura. Dove sta la chimica, dov’è la capacità di capire se la chimica è negli sguardi della gente, nei gesti e nelle parole…

Tremendi e tremanti anneriti e distanti
Sguardi ingialliti
Metafore disposte in fila nel vecchio comodino
Prendono e partono fanno un viaggio e ritornano
Tu temi gli sguardi che non si vedono al buio
E poi la luna sempre la luna
Piena o a metà
Mèta per un cuore a metà
Siamo distanti troppo distanti
Attente voci di pensieri pesanti
Tu io noi loro e…
Qualcosa.

martedì 20 aprile 2010

e quindi la smetto di avere paura

Certe volte vorrei avere la bacchetta magica, vorrei amare tutto contemporaneamente allo stesso modo, allo stesso tempo, sincronicamente e perfettamente. Mi perdo dietro le mille lucine dei pensieri facili e accattivanti del nulla della mente, che sono fatte di aria è vero, però provengono dalla realtà. Per questo mi ci perdo. Perché mescolare e confondere la vita e il suo suono è sempre stato troppo facile per me. Così mi sembra che il tempo non esista quando sto sull’autobus mentre vado a fare strutturale, e dal finestrino vedo una donna danzare con le mani levate sul marciapiede al di là della strada, la vedo ruotare su se stessa e non capisco e alla fine di un sordo valzer la vedo fare un inchino, rivolgendosi al di là del semaforo … allora mi giro a cercare e… e affondato tra gli alberi di là dal semaforo mi accorgo di un suonatore di fisarmonica…
Poi l’autobus riparte e io mi porto dietro la musica di quel valzer che non ho ascoltato, pigiata tra la folla, tra un mezzo finestrino perché l’altra metà è coperta da una scritta di spray, e tra visi e soprattutto tra capelli e borse e giacconi e soprattutto schiene perché sull’autobus non ci si guarda quasi mai in faccia.
C’è stato un momento, solo un istante, in cui mi sono sentita capace di volare e di raccogliere la coperta che stava in faccia alla fermata del tram, su un ramo spoglio a più di dieci metri da terra. L’ho vista per settimane, poi non l’ho vista più.
E quando vai avanti e indietro a fare mille cose puoi perdere di vista quel surrealismo spettacolare che ti offre anche soltanto la strada, se non hai fretta, vai a piedi e raccogli squarci di irrazionalità buttati lì per essere dimenticati. Come una stampella appesa ad un ramo, come dei papaveri sotto ad un muro di murales e filo spinato, e ti sembra di percepire una certa predisposizione alla catastrofe. E prendi in mano cose senza sostanza che ti pare quasi di perder tempo perché non stai completando l’armatura della soletta rampante per domani, perché ti fermi ad oziare su pensieri e c’è qualcuno –molti veramente- che cercheranno di farti sentire in colpa per essere inconcludente.
Però…
Io dalla vita non mi aspetto cose precise, cerco di viverla con amore e non mi sento di aver sbagliato un bel niente se mi dicono che forse architettura serve a costruire case e quindi datti-una-mossa-spicciati-non-perdere-tempo-a scrivere-stronzate-fai-esperienze-vai-muoviti-cosa-aspetti….
State tutti calmi cazzo!
Anche io voglio fare-vedere-cercare-scoprire-imparare-sentire-toccare-tossire...
Prendo un pezzetto di cielo, imparo una musica nuova, scruto dentro altri occhi cose che posso trovare, e mi accingo a dare quello che posso. Senza barare sul prezzo. Mai. Il prezzo è alto, è caro, carissimo, ci si fa mille volte più male a darsi senza parsimonia. Ma il gioco è tutto lì. “Sii coraggiosa”, mi hanno detto dei riccioli castani, sì sì: prendo ed esco. Mi rialzo subito. Avrò brutti momenti, avrò karmiche ripercussioni di fastidio verso persone che non si meritano il mio carattere brusco, avrò da perdonarmi mille cose e avrò da imparare ancora e ancora molto. Mi sento bene e male allo stesso tempo e non so cosa mi aspetta.  Mi studio la mia architettura con la calma che mi ritrovo: la lentezza, il camminare piano sono le cose che mi permettono di vivere. Ma Parigi e Berlino stanno ancora lì. Lo so che mi aspettano.
Eppoi... dove dovrei correre? E perché mai dovrei correre?!
Un po’ inizialmente lo ammetto: ci baravo. Un po’ di paura dell’ignoto mi faceva fare come Zeno e mi dicevo che potevo fare di tutto, se solo ci avessi provato. Lo dico tanto per far capire ai detrattori che lo conosco il vizio che si nasconde dietro l’ozium. Ma lo so, e anche se ogni tanto la mia indole pigra mi direbbe di rallentare ancora, io cerco di mantenere sempre un certo stato di moto lento, ma rettilineo e uniforme, così che arriverò alla luna, o a Parigi, o dovunque, prima o poi.

Vorrei amare tutto contemporaneamente allo stesso modo. Vorrei temporalmente essere in grado di crearmi cinque o sei dimensioni parallele per vivere pienamente. Vorrei però in fondo mi accorgo che è già tutto qui in queste quattro dimensioni reali, perché già queste mi permettono di sognare e di deformare la verità come più mi piace. Ti sta bene? Sei d’accordo con me? E allora sali su, vieni a camminare insieme a me. Altrimenti vai. Vai dove vuoi e ovunque tu vada io ti porterò con me per quello che mi hai dato, e lo stesso farai tu, inevitabilmente.
Definire…Sono sempre sfumate le cose, e più ci stai vicino peggio è. Fortuna che c’è il tempo. Mi ritrovo ad odiarlo e ad amarlo sempre più spesso, dicotomica relazione che è l’unica a creare momento perché la reazione uguale e opposta intorno a un centro è quello che mi sento, questa energia degli opposti.

E tu e io siamo sempre più idee che carne reale, siamo poli e centri di gravitazione in cerca, siamo milioni di persone e… grazie.


Un senso di gratitudine mi pervade...non so bene perché...

E fare male e far star male e farsi male è un po’ un inconveniente che fa più da stimolo che da freno…per questo rimane il sapore dolciastro del pugno in bocca, insanguinato e rosso.
Tuttavia ad ogni cosa corrisponde una reazione. E io la smetto di avere paura e faccio e dico quello che mi sento. Mi inchino cercando grazia nei miei gesti, per restituire alla vita anche io qualche goccia di splendore. De André perdonami.

domenica 7 marzo 2010

Radici

Mia nonna era una femminista. Ma non di quelle estremiste degli anni ’70 che volevano eliminare l’uomo dalla loro vita, che facevano separatismo e che fondamentalmente non ci capivano un cazzo di quello che voleva dire femminismo (le lesbiche infatti sono un’altra cosa, non è difficile capirlo).
Mia nonna, nata negli anni ’30, era una femminista degli anni ’50, quel dopoguerra che in Italia ha profondamente influito a livello politico nella vita di tutti. Quello che le interessava era fare qualcosa per le donne. Questo voleva dire femminismo ai suoi tempi. FARE QUALCOSA PER LE DONNE. Per le donne sfruttate, usate, violentate, non considerate. Emanciparle da un sistema patriarcale per il quale ad esempio se in famiglia c’erano pochi soldi chi studiava era il maschio, tanto la femmina avrebbe trovato marito…oppure tante altre piccole e grandi cose che sommate tutte insieme rendevano la donna inferiore nei diritti, anche se con i medesimi doveri…un salario più basso, una minore considerazione nelle scelte, non poter divorziare, sono solo alcuni esempi. Un sistema in cui non c’erano né aborto né divorzio, un periodo critico perché, aldilà di tutto ciò che è stato detto dopo, queste due cose sono state fondamentali per l’emancipazione della donna. Oggi non si capisce forse nemmeno più molto bene perché questi due piccoli cambiamenti siano stati importanti, e in che modo siano stati rivoluzionari. Oggi si disconosce troppo spesso l’importanza di quelle lotte. Eppure questi diritti non sono dati una volta per tutte, la donna, tra l’altro spesso (e anche oggi è così), ha la tendenza ad essere l’oggetto di maltrattamenti. Storicamente è così. Io non lo so come mai, sarebbe interessante approfondire e ricercarne il motivo, perché poi una donna stuprata dovrebbe provare vergogna e tenersi un figlio nato così solo dio potrebbe permettersi di spiegarlo. E per fortuna dio non abita su questo mondo, mi viene da dire. La donna come oggetto, la donna sfruttata. Mi ha sempre fatto incazzare ed imbestialire e ancora di più se penso che le donne oggi per allontanarsi dall’immagine estremista che un femminismo stupido ha dato di sé non si dicono esse stesse femministe. Mia nonna ha lottato per le leggi per l’aborto e il divorzio, in prima linea, capiva quanto fossero importanti tali diritti per le donne. Ma non solo. L’emancipazione culturale e lo studio, l’associazione tra donne e l’unione delle donne. Il sostenersi a vicenda. Per questo ha lottato mia nonna. E ci ha scritto sopra un libro. E tanto perché fosse chiaro quale fosse il suo tipo di femminismo l’ha intitolato “Con le donne e non solo”.
Lei era una donna fuori dal comune per energie e capacità di mettersi in comunicazione con gli altri. Lottare per degli ideali. Di unità, di “sorellanza” e fratellanza. Di amore alla fine. Perché oltre ad essere una femminista militante del P.C. in giro per l’Umbria era una donna sposata e con un figlio. Una donna con le palle, nel gergo comune.
Scrivo queste cose di lei adesso, a un anno e mezzo dalla sua morte, per un motivo ben preciso. Ancora oggi nonna riesce a far parlare di sé. Venerdì pomeriggio scorso sono infatti stata ad un incontro ad Amelia, un piccolo borgo umbro, intitolato “Costruttori di Democrazia”, ed avevano organizzato una lettura di vari brani di personaggi impegnati in politica, nelle lotte dalla liberazione in poi, partigiani, militanti, perfino un guerrigliero colombiano finito (chissà come) ad Amelia. Io e papà ne siamo venuti a conoscenza per caso e abbiamo assistito con gioia alla lettura di brani del libro di nonna. Non sapevamo nulla dell’iniziativa e ci ha fatto davvero piacere. Io mi sono stupita di come la donna che parlava fosse entusiasta di quello che leggeva e di come mia nonna fosse riuscita ad essere chiara e diretta nella trasmissione di quello che voleva essere il messaggio per chi avesse letto il libro.
Io, che ero piccolina quando nonna mi portava alla sede di partito, quando leggeva il testo che si era preparata ai comizi, quando con nonno tutti i giorni leggevano le pagine di politica dei giornali. L’amore e la passione. La fede in un ideale. E nemmeno una lira in tasca (manco a dirlo, no?).
Sono orgogliosa di lei. Si, lo sono proprio tanto e sono contenta di poterla ricordare e lo faccio con l’obiettivo di proporre a modello il suo modo di fare attivo e propositivo. Senza troppi formalismi o “sofisticalismi”. Ho sempre ammirato molto e credo di aver ereditato il concetto che quello che conta è l’azione. Non bastano le teorie espresse a parole:
“il senso di una rivoluzione culturale che deviasse lo sviluppo dall’avere all’essere, comporterebbe che gli intellettuali la smettessero di spiegare il mondo e si impegnassero a cambiarlo”
 Questa frase l’ho estrapolata ormai anni fa dal libro di storia dell’architettura contemporanea del Benevolo. Con tutti i distinguo del caso (per esempio nonna non era certo un’intellettuale), mi pare spieghi molto bene comunque il suo fare e agire. Un pensiero attivo. Ce ne sono rare di persone così. Molta gente si chiude nelle sue meschinità. Lei a pochi giorni dalla morte, dopo un anno di sclerosi laterale amiotrofica (una malattia degenerativa che l’ha colpita tutto sommato ancora giovane), in viaggio a Roma per delle cure, cosa fa? Si porta dietro il giornale Noi Donne per distribuirlo ancora! Ci credeva fino in fondo e aveva sempre in testa l’ideale di un mondo migliore. Eppoi le mille marce per la pace, tutti gli otto marzo tra una manifestazione e l’altra per tenere vivo l’interesse della gente…
Si sono piena di orgoglio e non mi va di sminuire il valore di questa donna, che per caso è pure mia nonna, solo perché l’invidia e la meschinità di alcuni giudicherà questo scritto solo un vanto personale. Non ci provo nessun gusto né sfizio. Non mi vanto di essere sua nipote, non ha alcun senso, non ne ho nessun merito.
L’unica cosa che desidero è condividere la passione, la volontà e l’impegno che lei mi ha trasmesso. E posso farlo, o tentare di farlo.
In realtà ho sempre provato un po’ di vergogna, quando ero ancora al liceo, ad avere una nonna così famosa in città, che conoscevano tutti. Ed essere costantemente sempre e solo “la nipote di Anna” non ha mai fatto molto bene alla mia autostima. Ma poi si cresce e si capisce quale onore si ha avuto. Quale fortuna. Lo capisci quando la gente legge emozionata pezzi del suo libro per esempio.
Io per parte mia ho preso la mia strada, diversissima dalla militanza politica, ma mi sento dentro al cuore femminista. Fare e agire con amore e avere cura degli altri in ogni situazione. Avere cura: ecco che cazzo di semplice e rivoluzionario insegnamento. Non sempre mi riesce. Ma so che ci provo costantemente.
“Sorridi che il mondo ti sorride!” Quanto odiavo questa frase. Me la diceva sempre quando mi faceva le foto. E io ero un’adolescente scontrosa, piena di brufoli e con l’apparecchio. “cosa cazzo vuoi che gliene freghi al mondo se sorrido, stupida nonna!” pensavo sempre neanche troppo tra me e me…certe litigate…
Però…è proprio vero. Adesso che ci penso, adesso che sono grande, adesso che lei non c’è più. Sorrido. Ringrazio. E penso a lei. All’otto marzo. Alle Donne.
A Noi, Donne.

sabato 11 luglio 2009

L'acqua il pane le cose

L'acqua, il pane, le cose. Le cose assurde le cose di sempre, i pensieri che scorrono, sempre troppo veloci per ascoltarli, sempre troppo veloci per fermarli. La mente che non sa più scrivere, la voce che non sa più pensare. Una stanza disordinata, un mucchio di libri affastellati un po' ovunque...roba che non voglio dimenticare, che mi invade la stanza e la mente in questo presente pieno di passato che sfugge ma che non voglio che sfugga, che perdo ma che non voglio perdere. E così sfugge a tratti, perdo ricordi a caso senza che sia io a decidere quali, nella meschina ingordigia di volere tutto. Le trame della mia memoria si rompono in punti a me sconosciuti, come sfuggono gli oggetti da buste della spesa troppo gonfie. E' che siamo diventati così sottili. Sottili come buste di plastica.
Bum.
La musica...e un caotico tentativo di pensare a te, di pensare a noi, di pensare a me insieme a te... Il tuo essere inconstante e indefinito, sempre diverso e immaginario nella misura in cui sei tutti e nessuno, sei me e sei il mio miglior amico, e il mio peggior nemico.
Sopra queste tavole di realizzazione da completare per l'esame, con il pensiero delle porte antincendio che forse andrebbero aggiustate, il parquet, il megatello che non è solo una prelibatezza culinaria ma anche un pezzo di legno di sezione trapezoidale...
e sopra a tutto, mezza dimenticata tra nuvole che sembrano volate via lontano, la mia passione per la vita, leggera, come il desiderio semplice di baci e carezze, di erba sotto i piedi...che non rispecchia affatto una visione impegnata della vita, affaccendata, nervosa e nevrotica come quella che vivo in tutti gli altri momenti di realtà.
La realtà adesso è immaginare stati fisici semplici, come il fluire dell'acqua in un fiume...la "strada verso casa".
E io lo scorrere del fiume non lo blocco, lo lascio andare e mi lascio trasportare, mi lascio innamorare.
A volte tu mi urti e mi vieni contro, sono io che ti capito per sbaglio o sei tu che mi vieni addosso, mi travolgi di passioni nascenti e te ne vai come una tempesta primaverile?
Cosa fai? A cosa pensi? Perché mi guardi negli occhi e sembri perso, ma non mi dai la mano e non mi accarezzi i capelli?
Lasciamo perdere,
un posto attorno a noi,
una poltrona buttata lì,
su quel prato non curato, e il muro di Berlino col suo cielo grigio.
Quella poltrona rappezzata, polverosa e vecchia. Vieni a sederti accanto a me. Guarda. Lo vedi il silenzio tranquillo di questo aborto di relazione?
Prendimi le mani, rimani in silenzio, e ascolta ancora. Lo senti questo caos in lontananza? Io sì. E sento i bassi che mi vibrano dentro, sento un fremito di pura energia fiammeggiare. A corde tese ora abbandono ogni tentativo di tranquillità ed equilibrio. Non esistono. E la vita è lì, eccola che bussa prepotente come sempre, e mi lascia su un prato all'una di notte, a guardare le stelle dalla luna, mentre provo a recitare la mia parte, sbilenca e da profili imperfetti.
Ma lo sento solo io questo caos, e le tue mani non esistono più.
Era un miraggio?
Ti chiedo se questo tempo migliorerà, tu guardi in alto e fumi un'altra sigaretta, mentre il tuo odore mi entra nei polmoni, come sono sicura che il mio entra nei tuoi.
Ma tu sei già lontano, non sai se questo cielo grigio si farà limpido. Berlino rimane lì, si è presa una parte di te, ti chiedi se sei ancora in grado di amare. Ti chiedo se sei ancora in grado di vivere.
E mi ritrovo da sola, davanti a te sotto questo cielo azzurro e limpido. Mi hai chiuso le porte in faccia, e io mi ritrovo in balia di sensazioni che forse non vorrei provare.
Ma sto mentendo.
Sono contenta di quello che sento, quella cosa allo stomaco che mi si contorce addosso...non se n'è andata, sai?
E ti sorrido mentre me ne vado, e ti sento affondare il viso nel mio profumo, perché la bellezza di questi momenti è la tua bellezza, è la mia: rimane lì mentre noi ci dividiamo.
Eppure non mi lasci parole, ma solo rimpianti.
Ho guardato la luna anche stasera.
Il posto era lo stesso, tu lo stesso, già cambiato, già diverso.
Non mi vuoi. Eppure stai lì, sei vivo. Vero e uguale a prima. Ma così diverse le cose tra di noi.
Amaro gioco del destino vestirmi degli stessi colori della speranza, questa serata in cui tu e la luna mi guardate da lontano. Mancano solo le tue mani intorno ai miei fianchi e una promessa d'amore sussurrata piano all'orecchio, carica di dolore e già piena della sofferenza del momento in cui ci lasceremo. Ma tu decidi di non lasciare la tua vita in mano al destino. Saggia decisione forse, la tua. Ma io, le mani legate, mi infurio e ti sfido a provocare il destino! Lasciare che corvi neri mangino un seme d'amore, così delicato e fragile, che grave affronto hai fatto al destino! Tutti gli dei dell'universo ti si scaglino contro, e guai a te!

E quindi mi viene così, questa sera che sento nick cave e mescolo parole di ieri e di oggi, faccio un frullato di sensazioni perché mi va, mescolo la mia vita a quella dei film e ti illudo di potermi capire, voglio convincerti che ti posso capire. Voglio che mentre mi guardi, con quel mezzo sorriso, dolce sotto quintali di parole, con i tuoi timidi gesti, il tuo odore che mi cerca, tu scelga di non allontanarti da me. Io, che ti giurerei amore eterno, in quel modo ubriaco da amanti che confondono un secondo nella felicità, che si perdono e sprofondano negli occhi dell'amato.
Io ci cascherei fino in fondo ai tuoi occhi neri, ti leccherei le ferite ad una ad una, ti farei capire che, malgrado ciò che pensi, tu sei già innamorato di me.

Ma la luna è coperta e i sogni stanotte rimangono solo sogni. Si soffre di meno, e si gode di meno. Ma forse si soffre uguale.

Alle donne. Perché sono donne che amano uomini, e anche se la nostra vita non inizia e non finisce in stantii romanzi rosa con storie strazianti, a volte ci capitano sere in cui la malinconia e il romanticismo ci pesano un po' di più sul petto.

domenica 22 marzo 2009

Quindi Sono Sveglia Adesso

Certo, non servono molte parole.

Tempo di riflettere.

In “intranquilité”.

Sono sveglia adesso.

Ma nel momento in cui ho preso sonno qualcosa mi è sembrato ancora acerbo per cadere. Mi sono sconvolta all’idea che fosse già marcio qualcosa che credevo acerbo.

Qualcosa è caduto, oltre alle mie poche certezze. È caduta la routine quotidiana di una sfoglia di seta ormai logora.

Ma non per questo mi sento sconfitta,

non per questo mi sento ferita,

non per questo mi sento di dire che sia finita.

L’amore è lì, bello come prima, più grande che mai, strano come non mai.

Se c’è qualcosa che andato storto non è colpa di nessuno, e di tutti e due. Ed ecco che ritrovo in una solitudine un poco dimenticata quella delizia di descrivere, di immaginare cercando di ignorare di essere qualcosa di diverso dall’invisibile.

Eppure qualcosa ci manca.

L’insofferenza, quella invece, non ci ha mai abbandonato. Maledetta!

Appena grande vorrò fare qualcosa, appena grande vorrò fare di più…

Eliminare il quesito e vivere senza porsi domande non è mai stato il mio forte, devo capire e arrovellarmici sopra un bel po’ prima di capire che è stato tutto inutile, e che bastava sorridere di più, e mandare al cesso gli ingombri inutili.

Poi però ti interroghi sul “non poteva essere altrimenti se è andata così”…si perché in effetti c’avete mai pensato all’eterno ritorno? Insomma non c’è la macchina del tempo che ci permette di ricomporre gli errori passati, che crediamo tali, ma non siamo nemmeno sicuri che se potessimo tornare indietro FAREMMO VERAMENTE LE COSE IN MODO DIVERSO.

Io per conto mio non ci credo nemmeno un po’.

E infatti guardo al futuro per quello che vedo: una pagina, anzi migliaia di pagine bianche che piano piano riempirò di me e sporcherò di vita.

Certo che gli errori servono, fanno crescere e maturare…………………… alla fine ti fanno anche marcire se applichiamo la metafora fino in fondo però!

È dopo questo sprazzo di lucida cazzata che ritrovo un po’ me stessa.

E forse capisco che in fondo non c’è niente di male ad essere come sono, ché certo mi piacerebbe tanto essere perfetta, avere rapporti perfetti, non dire mai niente di sbagliato ma niente…poi dopo cinque minuti mi romperei le palle dalla noia molto probabilmente.

Ogni cosa che sono mi cambia, ma non fino in fondo, se mi prendi e mi spogli delle maschere inutili che ti propino mi ritrovi come a cinque anni, con la faccia incazzata e gli occhi curiosi. Appena ritrovo quella foto te la scansiono e te la faccio vedere, visto che siamo nell’era dell’immagine mi pare giusto non ammorbarti solo con le parole, ma anche con quel tanto invadente consumo di colori e luci. Sono io quella lì. Non è che sono sempre incazzata, mica volevo dire questo. Però se tu inciampi nella mia vita devi sapere, è anche giusto che tu sappia un po’ chi sono…se vuoi venire a scoprirlo. Non volevo nemmeno dire che TI COSTRINGO a scoprirlo. Se vuoi vieni qui e lo scopri, sennò va’ a farti fottere. Perché capito, quando si è un po’ così alla fine si arriva agli estremi dell’incuranza e della ricerca di perfezione.

Contraddizione a prescindere.

Tutto ciò per dire che alla fine sono d’accordo con te, che era giusto così e che quello che ti ho detto non cambia, sono d’accordo con le mie idee sulla vita e sull’amore, sono anche contenta di averti trovato, sai chi sono e io so che tu mi conosci abbastanza bene da capire che ho bisogno di tutto questo diluvio di parole in apparenza inutili forse, ma certo non per me.

E poi c’è la mia vita, che è solo mia.

Questo ancora lo devo capire un po’ meglio.


Però ho avuto un’illuminazione scrivendo questa frase: non è caduto qualcosa di acerbo, ma non era nemmeno già marcio! È che la metafora deve cambiare, non si può vivere di arbusti e piante da frutto per tutta la vita, ci piace la carne e non siamo per niente vegetariani!!

Io credo che in questo tempo la mia percezione delle cose si sia affinata, diversificata, forse migliorata, devo lasciare andare i momenti passati e le emozioni, devo affrontare quelle pagine bianche. Normale è tutto ciò che mi rappresenta, anche se mi sembra strano.

Quindi sono sveglia adesso, tra infinite contraddizioni cerco un mio io mitico e perpetuo, la parola fine la scrivo io, se ne ho voglia, quando ne avrò voglia, ora bisogna ancora arrovellarcisi il pensiero. Felice o no, non lo so, so che va bene però. Accettare i cambiamenti non dovrebbe significare niente di più di quello che è, di per se, andare avanti. Un po’ ne siamo tutti costretti, questo è vero, però inutile è cercare la famosa macchina del tempo. E poi noi siamo stati troppo frettolosi in passato, la conoscenza della nostra vita dipende dalle esperienza che facciamo e c’era una parte di noi che non avevamo conosciuto né forse capito appieno. Ed era la parte di noi prima che ci conoscessimo, le nostre sbronze e le nostre evoluzioni personali e sessuali, sociali e psicoanalitiche. Io e te, stavolta, abbiamo la possibilità di conoscerci diversamente, a tutto tondo in un certo senso, se lo vogliamo. Solo così, solo lasciandoci liberi a questo punto, possiamo farlo. Ho cercato di spiagare perché SENTO che è necessario, e che ancora una volta sono d’accordo con te. E la buonanotte la prossima volta la dedicherò a me stessa, e il buongiorno a tutti quanti gli altri, te compreso, amore mio grande, mio primo grande amore, con serenità ti lascio andare via, ti porto con me, e so che tu mi porterai con te.