sabato 24 settembre 2011

il lunedì mattina


la mattina è frizzante e io cammino con le gambe leggere e veloci
sopra una strada che sa ancora di sabbia nei sandali
e io non mi confondo per niente con la gente che va a lavoro il lunedì mattina
con il mio sacco da mare e un pallone buono
con i muscoli che mi sento ancora le racchetta tra le mani -begli scambi!-
e a non saper fare la verticale ti rimane il segno di aver
strusciato il ginocchio sulla sabbia dura e nera.
ma sono serena, ora che guardo i colori che preludono
irrimediabilmente all’autunno, dopo questa nottata di tempesta
fatta di letti singoli appoggiati l’uno all’altro nell’empatia del sonno
mi sento nuovamente colorata di azzurro,  di arancione, e piena di luce.

mercoledì 3 agosto 2011

un sogno.

Cosa scrivere di quei giorni? La cronaca reale dei fatti non assomiglierebbe per niente a quello che è l’illusione che voglio conservare viva. Non so se per entrambi è così. Ho letto qualcosa nei tuoi occhi, che la mia poca esperienza non mi permette di decifrare per bene, eppure essi tradivano qualcosa che mi è sembrato molto simile al mio sogno.
Sai: i fatti reali e i racconti, o la memoria, sono cose assai diverse, e il mio raccontare sta alla vita come le carezze della mattina, che si danno all’amante ancora addormentato, stanno alla notte di passione che le ha precedute.
Chissà cosa si sono detti proprio i nostri occhi, mentre noi biascicavamo a stento parole italiane e spagnole e inglesi … tentando di comunicarci in meno di 24 ore cosa siamo diventati in 24 anni di vita (o di sogno!) su questa terra.
Non so fino a che punto fossero reali o meno le cose che ci siamo detti o gli sguardi che ci siamo dati. E non mi importa. I nostri corpi, quelli sì, qualcosa si sono detti, che va al di là della fisicità, purtroppo (perché non si può mai scindere il sangue e l’anima, anche se credi di sì).
Per me è stato vivere qualcosa di molto raro.  E ho la possibilità di raccontarlo senza cinismo, per come lo ha vissuto la parte più onesta e sincera di me stessa.
Non capita spesso. O meglio quasi mai. E così resterà dentro di me sempre il ricordo dei tuoi occhi e di alcune piccole azioni dolci, e come le tue mani sfioravano la mia pelle, ma soprattutto e di nuovo i tuoi occhi, pieni di passione, dolore e destino.
Perché dolore? Perché c’è stato un deliberato desidero di disubbidire, di pensarci liberi, senza legami.
E il destino, perché? Perché a meno di un miracolo, le nostre vite non si incroceranno mai più.
Quel lunedì, dopo il pranzo da G., sono tornata a casa camminando piano, sotto il sole, tra San Giovanni e l’Esquilino (due dei quartieri più popolari di Roma, pieni di case vecchie e ruderi maestosi), la luce della sera era bella e io mi sentivo ubriaca, guardavo i miei passi, attenta a non guardare indietro, per non perdermi in un limbo o per non trasformarmi in sale. Mescolavo gli ideali e il sangue, mi stupivo di me stessa. Come può essere normale qualcosa che avvicina le persone da continenti diversi per una sera o due, e poi le lascia andare? Non me ne frega niente se molti pensano cinicamente al divertimento di una sera, quello che ha spinto me  è l’eterno bisogno di amore, e il bisogno di credere. Racconto a te queste cose, che abiti in Argentina, un po’ anche perché so che non potrai mai smentirmi: sei già troppo lontano per essere reale.
Mi piace pensare che se avessimo parlato la stessa lingua, se avessimo potuto comunicare più a fondo le nostre passioni, quella luce negli occhi sarebbe diventata qualcosa di più profondo. So anche che verosimilmente tutto questo non è vero e non ha nemmeno senso. Ma per un momento l’ho creduto possibile … poi basta: come una stella cadente o un lampo, o qualcosa che solo si percepisce, senza vedere.

Ecco: è finita. Ieri sentivo ancora la tua mano sfiorarmi la spalla. In futuro dimenticherò ogni dettaglio delle nostre sensazioni fisiche. Alla fine dimenticherò anche i tuoi occhi, e a quel punto sarò costretta a venire a cercarti.

Buona fortuna amico mio.

venerdì 25 marzo 2011

è tutto troppo blu

IL BLUES SUONA SOTTO CASA
CON UNA CIOTOLA D’ORZO RUCOLA E POMODORI
IO LO ASCOLTO IN UN LUOGO INESISTENTE
IN CUI IL CIELO E LA STANZA SONO BAGNATI DAL SOLE
E IL VENTO E LE TENDE MI SUSSURRANO PIANO
CHE STIAMO ANDANDO LONTANO
IL MARE È CALMO
NON UNA NOVULA
LA TEMPESTA È PASSATA
E IO RICORDO ESATTAMENTE I NOMI
DOVE E QUANDO
E STO ANDANDO VIA
FORSE FUGGO
FORSE SONO SERENA
MA TUTTO È TROPPO BLU
E NON IMPORTA

venerdì 18 marzo 2011

parole insonni

non dobbiamo essere artefici di definizioni
dobbiamo prendere la casualità delle parole, degli atti
mimetizzarci nel sintetico e proseguire nei nostri obiettivi
l'amore se ne va
troppe parole pseudomistiche sono state trascritte e
l'esaltazione collettiva al limite dell'epilessia non mi riguarda
non me ne frega niente
buttiamo giù questi scontrini e prendiamo una fottuta birra e
arrabbiamoci con santa coscienza
se prendessimo dall'autodeterminazione quello che ci serve
riusciremmo in fondo ad essere noi stessi, latenti anche
e pure con tutte le nostre idiosincrasie
se ci sono momenti logici o illogici
l'unica cosa che conta adesso è questo braccio nudo
che sta scrivendo le sue migliori parole

e bere acqua e bere vino e fare l'amore e
imbottirsi di quotidianità fino a star male
fino a sentire uscire dalle viscere il vomito individualistico
di quello che non abbiamo perduto
ovviamente ci sei anche tu nei miei pensieri
indivisibile nell'arco di una parola che fa musica
con la seguente e mi accarezza il collo e mi cinge la vita
davanti al lago che senza canoa abbiamo solo guardato
c'è tutto un cosmo di deliri in disuso e
percussione ritmiche di cuori
distanti, vicini, ma sempre asincroni e
confusi e ridondanti e altalenanti

assordante tutto il mistero di cosa provare a pensare e poi parlare
ci fossero ancora le mezze stagioni scrivrei della donna barbona che suonava l'inno d'Italia ieri alla festa
ma che in fondo avevo scambiato per la banda tutta intera
e che delusione veder vendere le bandiere solo dagli immigrati
che delusione non capire per cosa combattere
che delusione
ma io vedo che c'è solo il tempo e la voglia per disegni astratti
di presente inconcludente, che esce dalle vene senza episodi di saggezza
che prende la voce stanca di un remissivo protestare
prende la sua gola e la manda al diavolo

ti do un bacio buono, ti mando a letto pensando al Giappone e spero sempre
come te che il maggior numero di gente capisca il perché essere contro cose come il nucleare
non vorrei più vedere rimandati i discorsi seri
ti voglio dire che lo so che dobbiamo pensare e capire e
anche certi movimenti strani del pensiero vanno bene
perché...siamo matti, sì: siamo tutti abbastanza matti.

lunedì 28 febbraio 2011

Come i bambini come i bambini come i bambini


Gli amici che parlano lingue straniere e si confondono e si sparpagliano per il mondo
E prendono e partono e ci salutano a tutti e poi mi accorgo che perdo bolle insaponate di parole mentre lavo i piatti del giorno prima… e me le scrivo nella mente e poi le bevo nel caffèlatte. E il restauro dei miei coglioni e la bella vita che ci sarà dopo, e tutti gli amici e tutta la vita.
E come mi sento e come ti senti e come mi senti e come ti sento. Leggeri. 
Aspettami lì, sta arrivando la primavera.

mercoledì 9 febbraio 2011

18/12/2010

La verità è che intorpidisce. Il caldo il freddo e CristoNostroSignore. Il problema più lucido che mi sono posta ultimamente è come superare le contingenze. Per il resto devo dire che siamo stati sfortunati.
Sfortuna e aporie si sono susseguite dando al tempo il valore di un attimo in cui capivo, continuamente e nuovamente, che mi amavi a modo tuo. Senza stare lì a dar per scontato un futuro che non ci troverà, perché saremo già lontani allora. O assolutizzare certe rigide dogmatiche sentenze di corpi estranei e imprudenti. Ce l'ho con gli altri nella misura in cui non ti amano. E come mi piace dire "nella misura in cui".
Hai tutti gli indizi necessari per capire.
Guardare bulimicamente mostruosità è la pena che mi affligge da quando hanno inventato facebook. E tu che non ti scuci quasi mai, mi fai pensare che siamo quasi uguali, ma che vorrei vomitare piuttosto che parlare ancora con me stessa.
Ti sto lasciando in eredità qualcosa di più profondo del bilanciamento del bianco su una nikon. Ti sto dicendo che è tardi e cosa abbiamo imparato lo capiremo poi, forse.

martedì 7 dicembre 2010

Sangue Colori e Sfumature

Sei sempre colorato, eppure sei un foglio di carta, sporcato a matita. Mi regali spesso frasi sconcertanti, prendi il peggio che c'è e sei convinto di avere il potere di renderlo colorato come le tue parole. Ma a volte dubito che i tuoi pensieri siano sempre così colorati. Questa strana tranquillità, che tranquillità non è, che non le somiglia affatto, è più gradevole dei quartieri di circostanza di prima. Tra strade e piazze, chissà com'è il quartiere: appare tutt'altro che frantumato, un blocco unico, in cui a volte ho paura che una strada, o almeno un vicoletto, si perda inghiottito da troppa omogeneità. In ogni caso per fortuna, i sensi non sono affatto sfocati e pare che ci sia ancora la possibilità di essere liberi. Pensiamo, parliamo: come osserviamo, come mangiamo. Ci sognamo. Irresistibile è immaginare di sognare insieme. Prendiamo una strada, che diventa un sentiero, esploriamo una casa in mezzo a una bolla, e giochiamo. Come Hansel e Gretel. E io intanto scrivo, con la frenesia di chi scrive nel bagno con la cartaigienica, dentro a un museo in gita con la scuola, "stupidi e stronzi compagni di classe". E si nasconde. Per stasera basta così, ne ho avuto abbastanza. Ma domani riprenderemo a danzare, ci gireremo attorno sulle note di MadWorld, ci annuseremo a vicenda, circospetti, incerti. Forse non arriveremo mai a capire in fondo cosa c'è. Io, per conto mio, ci vedo legami che mi sembrano lacci. Catene di metallo infernali e roventi, che sgretolano le ossa dei polsi, delle caviglie, divaricano le gambe, strabuzzano gli occhi. Ad ogni parola colorata e morbida che mi regali, si stringe la catena alle caviglie, sulla pancia, e ci immergiamo un po' di più in quel continuo latente e incerto. E aspiriamo all'annientamento, bombardati e stomacati da troppa bellezza. Se solo fossi più semplice, mi chiedo.

Densità

Ecco allora. Ci sono. Mi succede questo. Io della gente non mi fido. Ci ho preso così tante inculate che ho una paura fottuta di affezionarmi a qualcuno. Però mi capita ogni volta. E davvero non so come fare, né cosa voglia dire. Prenderei un fiore e te lo regalerei, se questo servisse per fare la pace.

Ma ho le mani bucate e non riesco a tremare.

Quando ero una piccola adolescente stronza non piangevo mai. Troppo schizzinosa di sporcarmi con la pelle e il sudore e l’anima di qualcun altro, mi schifavano i rapporti umani ed ero gelida come il ghiaccio. Più d’una volta ho ferito i sentimenti di qualche marmocchio infatuato di me. Ho provato a farmi assolvere, ma non credo in Dio.

E ho le mani bucate e non riesco a tremare.

Poi non so cosa sia successo, ma la morte mi ha avvicinato ai vivi. E mi sono resa conto che gli occhi degli altri, e le loro mani, e il loro amore, è qualcosa più di una semplice affermazione del proprio ego. E che il sesso non è solo un buon esercizio per mantenersi in forma. Se potessi solo spiegarti che io sto bene, anche se tu non capisci perché.

E ho le mani bucate e non riesco a tremare.

E oggi affronto le cose come se fossi già vecchia, come se il tuo dolore io l’avessi provato infiniti anni fa. Non ce la posso avere con te, conosco troppo bene i meccanismi che ti animano… solo: se potessi farti vedere il mio cuore, farti capire che passa, che passa, che passa…

Ma ho le mani bucate e non riesco a tremare.

sabato 4 dicembre 2010

A natale voglio...

abitare ai margini
di una vita tranquilla senza vedere
in continuazione
belle ragazze in fotografie da copertina
belle bionde sorridenti
sempre con i capelli lunghi e lisci e morbidi
con quelle collane tutte uguali, quei bracciali tutti uguali e quegli anelli
con certi stupidi ciondoli a cuore

in realtà vorrei anche
saper evitare la gente che non nutre altro che indifferenza
per la mia persona
e mi frega per ammirazione e idolatria
nei miei tentativi ingenui di amicizie
non ricambiate
vorrei capire quando andarmene
quando restare
capire la gente e quello che prova
amare incondizionatamente
senza paura di perdere mai
perché se ci rifletto un attimo mi accorgo che è così
ma ancora ci sono molti dettagli da esplorare
per capire davvero questa cosa qua

capire al volo i tuoi pensieri
e capire perché ho bisogno di te

vorrei essere migliore
sapere sempre cosa fare
fregarmene un po' di più
volare più leggera di come faccio di solito
take it easy è un concetto che non mi appartiene
voglio una vita semplice
non una vita facile

vorrei essere ricambiata con fragole rosse e prosecco
e un sentimento di scambio
che alcune donne non nutrono
per le altre donne
e i convenevoli dei rapporti
e irritanti sensazioni
di invidie inutili

di amicizia in amicizia
vorrei ringraziare ogni briciola del tempo
dedicato a rafforzare i legami
e le mie amiche, la mia salvezza davvero
con le nostre sciocchezze da bambine
molto probabilmente mai capite dall'altra metà del mondo
e anche da molte donne che non ci conoscono
però vi prego non cadiamo
in quelle stupide foto
dai lunghi capelli morbidi
e gli anelli a ciondolo

voglio voglio voglio
voglio
quest'anno voglio imparare una lingua straniera
dimenticare la mia
ignorare ciò che pensi di me
cercare l'assenza
coltivare il silenzio

e anche guarire dal male
inguaribile.
oppure morire
e davvero uccidere
certi pensieri
certe ovvietà

giovedì 25 novembre 2010

C'è bisogno d'amore

Tra i ricordi c'era lei
tra il mare e la pioggia
il fango e la spiaggia
fatta d'abitudine
bella
in fondo all'abisso
Lei, come uno di quei venti
di cambiamento
distruzione, rinnovamento
E' occhi e mani
calde
sulle tue spalle
Amore non voluto
troppo desiderato
E ancora non sai
se uccidere o pregare
E ancora non sai
se c'è una differenza da trovare

domenica 14 novembre 2010

andiamo, andiamo.

Ho bisogno di mettere dei punti, ogni tanto.
E tu…tu…
Puntini per esprimere quello che non si può più dire, che non è possibile dire perché sarebbe troppo lungo spiegarli tutti, i puntini.
E ieri. E oggi… e domani. Titolo di un film, coda scaduta, poltrone rugose e vuoto e freddo e tu che in fondo in fondo mi stringi ma non so se per proteggermi o per fare l’amore...
Fermarsi a guardare i se, inconsistenti come sabbia.
Ogni ragione degli sguardi di ieri crolla come la prima repubblica sotto le bombe di un’effimera rivoluzione troppo debole per affermarsi, ma abbastanza travolgente da raschiare al suolo ogni cosa, e far si che si possa ripartire da zero.
Dopo la botta mi sono svegliata col malditesta, una cavalleria di puntini in testa che picchiavano duro e sono stata sballottolata in alto mare.
Dimmi dove sono, dimmi chi sono.
Con animo puro, la mente sgombra e con voglia di dare, il rito si compie attraverso la nebbia, che oscura il passaggio e non fa dormire.
Densità di messaggio, ridondanza di spiccioli, colori caldo-scuri, estati autunnali. Piogge chilometriche confondono le orme e il passaggio resta da ricordare e basta. Le proporzioni della macchina ce le devi avere bene in testa, e autocad non capisce un cazzo di disegni a mano.
La vera rivoluzione è che la coperta mi è scivolata dalle spalle e non sento il bisogno di rimetterla, sento il calore che mi scende dagli occhi, lucidi di pianto.
Il freddo c’è ancora intorno a me, ma non saprei dire… o non c’è più conduzione, oppure il mio calore è più forte e lo sta scaldando: speriamo diventi tiepido.
Risate. Abbracci. Violenti messaggi. Tipico dolce autunnale sfumato e attutito nel suono dall’ovatta tra le tue dita.
Tra le mani hai dell’olio e mi prende la malinconia perché tu sei tu e sei uguale a ieri e io vorrei che fossi sempre tu, ma senza ieri. Anche senza domani, solo con oggi, adesso, con tanto affetto, baci e saluti, dalla tua carissima… A presto.
Infilo la porta, ascolto Flaubert, vado a tossire e scaldo il pc. Rituali di passaggio, infinita grandezza e piccole cose. Piscio di cane in naftalina e secolari cazzate mediate d’istinti.

martedì 12 ottobre 2010

L'IMPORTANZA DELLA PUNTEGGIATURA

certo ci vuole un bel po’ di coraggio a sognare ancora mano nella mano o forse no più che toccarsi le mani si sfidano a duello in un gioco di tensione spinta al limite di sopportazione tu cadi e ti sanguina la fronte e il labbro e io ti lecco le ferite ma non basta e allora lei mi ha detto che serve la liquirizia perché sono ferite d’amore quando i sogni sono più logici della realtà onestamente non me ne frega un cazzo

mercoledì 6 ottobre 2010

Non ho tempo da perdere in stupide battaglie di modi

Prima faceva freddo e pioveva, alle sette di mattina dico. Assolutamente nessuna voglia di alzarmi. Piove, lava, pulisce porta via… e io dormivo. Appena il cielo ha cominciato a schiarirsi mi sono alzata dicendo “oh cazzo le otto e mezza ma cristo santo perché sempre così tardi”…Poi mi sono largamente giustificata dicendomi che era giusto, essendo andata a letto a mezzanotte e mezza ci stava preciso: avevo dormito le mie 8 ore buone.
E ho anche sognato qualcosa che non ricordo. Vi basti sapere che era bello delicato e pungente al tempo stesso. In bianco e nero. Il bacio di Doisneau che Nicola casualmente ma azzecatamente mi ha ricordato c’entra in qualche modo. E l’amore e tutto il resto. Insomma un bel casino. Svegliarsi con una cosa sola in testa. I pensieri di due giornate una di seguito all’altra vissute sul bilico di una bicicletta da circo inesistente sui sampietrini di una Roma ovviamente sempre troppo splendida per capire se sei innamorato tu o se è lei che ti innamora ogni volta. Una marmellata di pensieri in testa. E niente. Giravo a vuoto per la stanza. Girovagavo nell’anima della rete (dicesi “web” per persone “argute”).
E poi rompiamo i libri. Scombiniamo parole e farfugliamo aforismi ma non stiamo costruendo niente. Stiamo soltanto vagando. In attesa. Attendiamo che succeda qualcosa e quando succede non ci basta ancora e ne vogliamo di più, avidi e ingordi come le radici nodose delle piante più rompicoglioni che possono esistere, come quelle che si infiltrano pure tra mattonelle e malta e le scollano e rovinano un terrazzo già provato da decenni di vita in affitto, e poi affitto di studenti, quindi ancora peggio per le mattonelle. Però la casetta è ancora tanto graziosa e quel terrazzo ne ha viste di belle serate e ne vedrà delle altre, ne sono sicura. Intanto l’altro giorno ha rivisto dei baci. E questo è un gran bel passo avanti. C’era forse anche troppo romanticismo che non si può spiegare a parole ché rischia di essere miele senza senso per chi non ci sta dentro.
Insomma “il libro dell’inquietudine” di Pessoa. Roba come i sentimentalismi e la frasetta carina che cercavo prima e che mi è costata lo strappo di mezza pagina (si Flavio mi sa che c’hai ragione i libri della Feltrinelli non valgono granché, ma tu guarda se mi si devono strappare le pagine di un libro appena nuovo cristo)
 “…e se dobbiamo dare amore per sentimentalismo, è indifferente se lo riserviamo alle piccole sembianze del calamaio o alla grande indifferenza delle stelle”
Grande inquietudine, santa…oddio non so quanto sia santa…ma poi in fondo che vuol dire non lo sa nemmeno lui…la religione, la fede bah…non sono stronzate, non intendo dire questo, ma la fede più grande è quella della vita e me ne fotto della morte, perciò dico sempre che dobbiamo viverci accanto, ci dobbiamo sentire stretti e dobbiamo toccarci e sentirci e avvicinarci e addomesticarci l’un l’altro, ogni essere umano sulla terra, per questi pochi attimi di infinità che non si sa bene perché stiamo vivendo adesso. Ricordatene domani chi sarà il nuovo messia: una donna. Magari.
Ma a me mi basta stare sdraiata su un ponticello di legno in mezzo a qualche antica rovina. C’è l’immortalità e la fugacità insieme. E se poi c’è un braccio su cui appoggiarsi tanto meglio, contare le stelle sarà più facile. Ma non pensare che io abbia uno smisurato bisogno di te. Contegno ci vuole. Fai piano se entri nei miei giorni, in punta di piedi e passi felpati ché non ho tempo da perdere in stupide battaglie di modi. Se è giusto, calzerà a pennello. Le scarpe di pelle possono essere messe in forma dal calzolaio. Le storie o ti vanno giuste o è meglio lasciar perdere. Ché poi ci sono giorni che sei tu a subire “dilatazioni umorali” (vedi le dilatazioni termiche simili che costituiscono il “miracolo” del calcestruzzo armato…dio mio santo che strazio… che paragoni assurdi…)
Adesso comunque mi sono sbloccata. Mi si è sbloccata la penna. O la tastiera. Punti di vista temporalmente separati. Nell’ottocento avrei scritto la penna. Oggi forse è più corretto dire la tastiera. Ed ecco che potrei anche indefinitamente parlare di concetti profondi. Ed ecco che potrei anche tornare a studiare. Dopo tutto può darsi che in minima parte io abbia effettivamente bisogno di te.

venerdì 1 ottobre 2010

non dico mai cose serie, ma nemmeno le scrivo

Mi tocchi nel profondo, e mi rendi fiera di questo corpo e di questa mente. Arrivarci così, con una semplicità trovata per caso. Moti dell’animo: non si esprimono in nient’altro che in impulsi nervosi, piccoli, leggeri spasmi di tremori incontrollabili. E poi niente, va bhè. Non riesco a pensare ad altro che negazioni. Se non fosse successo mai. Perché conoscerti è il più grande sbaglio e la più grande grazia. E conoscerti ogni giorno, senza riconoscere i petali del girasole che ho fatto appassire, o il fiore che non mi hai mai regalato, e le bugie che mi hai promesso, non è affatto quello che voglio. Ma tra il bagno e la stanza si susseguono le risate dei nostri corpi intrecciati, e ogni maledetta superficie è fondamentale nell’esercizio di ricordarmi di dimenticarti. Però lo sai che io non dico mai per sbaglio cose serie, e parlo solo di sciocchezze, il sorriso sulla mia faccia è la maschera migliore che potevo inventarmi. E dalla sanità passo alla malattia, con la stessa logica con cui si passa da una storia all’altra. Affioro in superficie di tanto in tanto per ricordarmi di essere unica e sola, di bastare a me stessa, ma mi sfugge il concetto. Lo perdo tra le dita, poeticamente affusolate, tra voci indecise e calde, sussurrate piano all’orecchio, che cantano musiche per farmi innamorare. E se ho paura proteggimi, se ho freddo riscaldami. E se non ti trovo, mostrami dove ti nascondi, tutte le volte che ti ferisco. Non serve la psicologia per capire che si sta meglio senza facebook, che l’acqua per il bagno è meglio calda, che le fragole a letto macchiano il cuscino, che ti devo ringraziare, e che se ci siamo persi, ci sarà qualche ragione. Ma ritrovare gli occhiali non è mai stato semplice, urtare scaffali e comodini ogni mattina, per la fretta di scappare sperando di non aver dimenticato niente, chiamare l’ascensore con le scarpe slacciate, baciarsi in ascensore e allacciarsi le scarpe, poi truccarsi in macchina sotto il tuo sorriso, sperando di essere stata bella fino a quel momento per te, e non dopo, quando preparandomi al mondo non sono più io, senza le mie occhiaie e quella faccia pallida, che dedico solo a te, quando siamo sicuri di amarci. È strano l’odore dell’imperfezione di un legame. Il gioco delle parti, la musica che ci accompagna nel sonno. Poi tra te e me, c’è tutto il vuoto spazio di un’ora di autobus, con le sue voci incostanti, gli aliti ubriachi e le donne in carriera, e c’è tutta Roma, e poi c’è il treno che mi separa da casa, l’aereo che ci porterà a Parigi, sempre che tu non sia legato ad altri ricordi. Ma dilungarsi, tra i fogli e il computer, con accanto la cena, consumata mentre la cucina diventava momentaneamente un laboratorio di vernice, e volere un controllo assoluto, un corpo perfetto,  e  un’anima perfetta, non mi sembra poi così stupido. Stupido è non chiamarci amore quando ci scappa di bocca, e trattenerlo come si trattiene il vomito prima di arrivare al bordo del cesso, stupido è pensare che ci sia un momento giusto, una frase giusta, una persona giusta. Stupido è pensare, in certi casi.

giovedì 30 settembre 2010

L’importanza dell’incremento differenziale

E ogni giorno è come il giorno prima. Ti svegli come se non fosse successo niente. Non ti curi delle molecole che sono invecchiate sulla tua pelle (anche se lo sai: ah, come lo sai bene!), che la terra si è spostata un po’ sulla sua orbita che i poli magnetici hanno impercettibilmente aumentato la distanza da quelli geografici. Non sai nemmeno che, mentre dormivi, qualcuno nel pianeta ha fatto una qualche fondamentale esperienza. Qualcuno è nato, e qualcuno è morto. Delle idee sono state formulate, e qualcun altro avrà certamente finito più d’una bottiglia di buon vino rosso in allegra compagnia.

Tu ti svegli, il mondo intorno a te è cambiato anche molto, ma impercettibili sono i riflessi di tutto questo nella tua vita quotidiana. Solo qualcosa di piccolo. Conosci una persona. Inciampi in un volantino. Ti tuffi nel mondo appena esci dal portone. Col tuo sorriso come unica arma, e un universo incontrollabile dentro. Chissà se il mondo oggi capirà. Otto e mezza di mattina, in ritardo come sempre. Tutto cambia, ma tu e la tua indole ritardataria no. Però qualcosa di infinitesimale, un incremento di entropia, anche la tua vita l’ha subito. E così passa un giorno. Una settimana. Un mese. E così via. E l’anno dopo la tua vita è totalmente diversa. L’invisibile incremento differenziale sommato di giorno in giorno si è materializzato in qualche modo e tu, ancora non te ne accorgeresti, se solo non avessi la memoria di ricordare come stavi “ieri”.

Tutto questo dove ti ha portato? Il minimo impercettibile cambiamento, i piccoli sbagli, i grandi passi avanti, amori perduti, anime ritrovate, gentilezze conosciute e tutto l’odio e tutto il male e tutto il bene e tutto quanto ma proprio tutto … dove ti hanno portato? Dove sei adesso? Fai in modo di trascinare i piccoli mutamenti, mi verrebbe da dire con saggezza spicciola, di cui son capaci tutti, e non farti trascinare. È proprio la sola cosa davvero difficile: trascinare e inglobare i mille raggi di sole incostanti e mutevoli che ogni giorno ti accarezzano il viso, o ti bruciano gli occhi, e portarli verso il migliore dei futuri che riesci a concepire oggi. Cazzo: dura la vita, se ogni mattina che ti svegli devi pensare a tutto questo.

mercoledì 29 settembre 2010

Avvertire l'isopportabile Assenza

Ma in fondo cosa vuoi che sia la vita!
Sono giorni di cemento, di costruzione, di malattia.

domenica 26 settembre 2010

Il tizio sconosciuto stava lì che mi osservava

Il tizio sconosciuto stava lì che mi osservava con quegli occhi curiosi e insinuanti, mentre parlavo con qualcun altro, di uno qualunque degli aspetti della questione imbarazzante. Il tavolino di legno stretto e corto, con i suoi disegnini incisi sopra, le impronte dei bicchieri del gruppo di prima, i rimasugli delle patatine fritte, la tazzina con ketchup e maionese, tutto questo in un microscopico intervallo di spazio, ci divideva gli uni dagli altri. Ma le sedie alte ci riportavano come il riflusso delle onde, a protenderci in avanti, i gomiti sul tavolo e le mani sul mento, in posizione di ascolto e intimità, anche a proteggerci dal mondo intorno, raggomitolati sui nostri discorsi, stavamo lì e parlavamo di cose mentre i nostri occhi parlavano di noi. E la mia voce flebile faceva appena in tempo a raggiungere l’ascoltatore più vicino, che infatti sembrava capire quello che dicevo, vi sia di testimonianza che mostrava di disapprovare tutte le mie scelte, come forse avrebbe fatto qualsiasi persona sana di mente. Ma il tizio sconosciuto si capiva che non capiva, e mi guardava con quello sguardo obliquo, un ricordo vago di qualcosa di simile ad un sorrisetto malizioso, come a dire: “non mi freghi, io la so lunga, le tue ingenuità mi fanno ridere”. A questo punto, di fronte a persone così, mi capita sempre di imbarazzarmi, per quello che hanno negli occhi, per quel segreto che sembrano nascondere, quella saggezza che a me manca, e dio come vorrei afferrarle per le spalle, e scuoterle e minacciarle di dirmi tutto ciò che sanno su di me, perché, mi dico, non è giusto che loro sappiano così tanto e io così poco.
Non so quando è successo di preciso. In quale punto del flusso incostante e interrotto di chiacchiere che ci hanno portato via sei ore della notte, chiusi in un pub, attorno al piccolo tavolino di legno, farfugliando discorsi tra persone semi-sconosciute, che mi sono divertita a mescolare insieme come quando leggi una ricetta di cucina fino a metà, poi ti stufi di seguire le regole e fai di testa tua, sperando che non scoppi la rissa, come ogni tanto accade, e una serata al circo massimo ne è la prova. Ma ieri sera non so perché la ricetta è andata bene, le tre donne e i tre uomini che si trovavano al tavolo hanno magicamente trovato un equilibrio, e i discorsi si incrociavano, e noi stessi ci spostavamo attorno a tavolino, per seguire l’indole del momento, come se eseguissimo una danza tutt’attorno: qualcuno si è scambiato per seguire meglio un discorso piuttosto che un altro, qualcun altro perché aveva freddo e si cercato un posto più riparato. Ma il sistema circolare che ci racchiudeva attorno al tavolino non si è mai spezzato: non vi so dire come, ma eravamo uniti. Sarà stata l’intuizione magica del cancro, l’estremo amore della bilancia, la tensione misteriosa del gemelli, o i due ingenui sagittari. Tanto comunque nessuno di noi ci crede davvero, all’astrologia. Però a un certo punto è successo. Abbiamo cominciato a parlare di segni zodiacali. Delle affinità, dei nostri segni e di quelli che abbiamo intorno, con cui vorremmo spendere attimi preziosi. Il tizio sconosciuto si è rivelato un esperto in materia, allora la timidezza ha cominciato a lasciare il posto alla curiosità. La domanda ovvia che potevo porre è come funzionano i rapporti tra sagittario e capricorno, data l’insistente ripetizione di questo carattere tra le persone con cui mi frequento. Bene dunque, il tizio sconosciuto ha smesso di guardarmi negli occhi con fare malizioso e ha assunto un’espressione di competenza più simpatica: il capricorno e il sagittario vanno benissimo insieme, il sagittario questo…il capricorno quello…e poi quell’altro…se si sblocca poi…l’energia… etc etc
Come l’ho apprezzato! E come d’altra parte sono rimasta sbalordita dall’effettiva pertinenza di quello che ha detto con la mia situazione reale, e come è stato bello per una volta non parlare dei fatti ma di possibili e teoriche affinità o contrasti. E mi sono liberata. Con un’espressione di soddisfazione entusiasta mi sono sentita libera di parlare anche a questo sconosciuto con naturalezza, ed è stato a quel punto che è successo.
Si è ripresentato. “fino a prima mi avevi dato di te una pessima idea, adesso invece ti trovo simpatica”.

sabato 25 settembre 2010

puntini e silenzi

una sedia in un angolo e discorsi attraversati mentre la notte diventava mattina, in un misto di surrealtà non capita, non voluta, non accettata. niente stelle niente luna. niente. attesa. puntini puntini. silenzi e rancori. malumori. perdiamo la libertà quando ci leghiamo. il problema è sempre lo stesso è sempre antico e buffo e scandaloso allo stesso tempo. mandare tutto al diavolo certe volte è la soluzione migliore

martedì 14 settembre 2010

definizioni

una parola
mi trattengo
la sospensione del giudizio
ma prima o poi bisogna
dire qualcosa di definitivo
per un tempo presente
ipotizzato tale
nel futuro prossimo
approssimato
in termini di giorni
la paura
la voglia
fare l'amore
tu, io, la luna.
gli incontri
le promesse degli occhi
le mani che afferrano
il tuo equilibrio che non c'è
e quello che vuoi
quello che cerchi
e quello che voglio
io

mercoledì 8 settembre 2010

frasi pensate, vecchie, sperate.


Ma quando mi sono innamorata di te…io sono sicura, tu te nei accorto come un fulmine che ti colpisce addosso..non serve che tu mi dica niente, non serve obiettare, è così anche se vorresti credere di no, non mi freghi amore mio. Sono qui, siamo qui, passiamo e andiamo, voliamo e citiamo i discorsi dei poeti cercando, anche noi, la poesia. Adesso ascolto De Gregori. Mia mamma per la ninna nanna mi cantava “buonanotte fiorellino”. A dodici anni cantavo Rimmel nel bagno grande arrampicandomi sul lavandino per vedermi bene nello specchio, con i trucchi di mamma tutti attorno, con la massima incoscienza del “dopo”, dei suoi rimproveri; stavo insieme alla mia amica di sempre, mi ricordo bene: le cantavo rimmel, come se chissà cosa ci avessi capito del testo a dodici anni, eppure la sua voce mi aveva da sempre dato l’impressione di una certa profondità di contenuti, nonostante davvero, e adesso lo posso dire, non ci avessi capito proprio niente del testo. E poi…
Ne è passato di tempo, tanti tagli di capelli si sono succeduti, eppoi castani, biondi, rossi… tanti amici tante storie, per lo più platoniche e puramente immaginarie, tanto caos, tanta ribellione, tanta voglia di cambiare il mondo…tanta bella gioventù. Perduta come i sogni perduti. Ritrovarsi a 18 anni e non avere niente tra le dita, apparte qualche amico drogato, la morte che fa capolino con i primi parenti che se ne vanno, e tanti dubbi. L’aver messo in discussione tutto precocemente, troppo precocemente rispetto a quelli che mi stavano intorno, ha creato un alone, un’aura di distacco fisico, totale, tra me e “gli altri”. Che poi magari ci saranno stati anche giovani che, come me, scrivevano su libri e quaderni dissertazioni filosofiche su dio e sull’amore a tredici anni, non lo posso escludere: solo, io non ne ho incontrati.
Ma quello che volevo dire è che alla fine, tutto cambia. Il tempo passa. E tu sei uguale a quella ragazzina lì, che si ubriacava fino a vomitare in un delirio che voleva tragico per fare esperienza del tragico. Sperimentare. Sulla propria pelle. Esperimento vivente di se stessa, storia infinita di analisi e tentativi fatti su di sé. Alla fine tutto cambia. Crescere. Ritrovare il sorriso e le lacrime abbandonati a quattordici anni dopo aver deciso che bisognava lottare ed essere duri e forti come il Che. E ti sei ubriacata di questi ideali da sempre, e per sempre li avrai dentro. Però…certo che qualcosa da aggiungere adesso ce l’ho.
Noi siamo cresciuti alla fine delle grandi utupie, e dopo il primo scarto di puro individualismo degli anni ottanta, siamo cresciuti nella consapevolezza che esistevano una quantità di miti interminabile per ogni generazione che ci aveva preceduto. Ognuno di questi miti è stato un personaggio della storia, o un’idea, è stato qualcosa che ha trascinato la fantasia della generazione cui si riferiva. Oggi mi chiedo quali siano i nostri miti, il progesso, il socialismo, il rock and roll, gandhi, Che Guevara, Kurt Cobain… sono tutti miti passati, polverosi, usurati. Io li metterei tutti in soffitta. Ammetto che generalizzare così tanto, accostare Gandhi e Kurt Cobain, potrebbe scandalizzare qualcuno. Scandalizza anche una parte di me in effetti. Però proprio qui sta il punto: sono diventate parole che rimandano ad un immaginario impoverito dal consumo, dall’abuso. È quindi in questo senso che mi azzardo a metterli vicini, non già perché siano sullo stesso piano per contenuti, ma perché lo sono come consumo che di essi se n’è fatto.
Ognuno di noi, giovani moderni, giovani di oggi, giovani contemporanei o come cavolo vi piace di più definire la generazione di giovani che oggi vive il presente (che è questo qui, uno solo, non ce n’è un altro), insomma io e “gli altri” miei coetanei, possiamo scegliere tra una vastità infinita di miti, possiamo scegliere se deprimerci con Kurt Cobain o immolarci per un futuro migliore esasperando la lotta contro qualcosa in particolare. Siamo saturi di ideologie. Fortunatamente oserei dire. Non ci rimane altro che di ritornare alle idee, pure e semplici. Azzerando il contatore di miti cui fare riferimento, per prendere spunto da tutti e da nessuno come più ci piace e come più crediamo giusto per riformulare noi stessi, con le nostre parole, nuove finalmente, non masticate da bocche d’altri, le teorie sulla vita e sul mondo che ci potranno guidare nel bene e nel male, alla luce di pochi semplici concetti primordiali, e di tanta letteratura, di tutti gli stessi miti che, ormai in pensione, ritrovano ai nostri occhi di lettori disillusi (e poco inclini a intemperanze facinorose stile ’68) una loro ragione di essere più seria e realistica. Infatti credo proprio che noi dobbiamo gioire di non avere miti, o mitologie forti a cui credere ciecamente. Questa nostra disillusione ideologica penso che possa essere la giusta spinta verso un nuovo, radicale cambiamento. Il guardare tutto con occhio critico, senza glorificare nulla e senza demistificare allo stesso tempo nulla, credo che sia l’unico modo per poter conoscere bene anche le varie parti che nella storia si sono sempre fronteggiate con ostilità, senza mai per davvero conoscersi bene vicendevolmente, ma legate ad un campanilismo ancestrale, che fa del mio vicino il mio nemico, non si sa bene poi perché, forse per paura che mangi le carote del mio orto.
Forse è il peace and love anni settanta a guidare queste mie parole, forse io dentro di me sono così, ho questo mito dentro, però davvero credo che oggi a noi sia concesso di scarnificare questi miti, di ridurre all’osso la loro portata, e questo è un bene. Prendiamo spunto, studiamo in questa società diffusa, andiamo su google e ci informiamo sommariamente un po’ di tutto, poi ognuno prenderà la sua strada, si impratichirà di qualcosa e di quel qualcosa diventerà veramente il nuovo portavoce. Perché troppo è stato detto, troppo scritto, troppo disegnato o scolpito, troppo è stato infine costruito. Il messaggio globale di nuovo cambiamento, deve risuonare forte nei nostri cuori giovani e ancora un po’ ingenui, l’idea di avere carta bianca su cui scrivere il futuro ci deve pervadere. Si è vero: tanti casini tanto rumore, tanto precariato. Se ci limitiamo a lamentarci rimarremo per sempre bambini viziati legati alla sottana di mamma. Quello sul quale poggiamo i piedi è un mondo vecchio, logoro e stanco. Conoscere per capire, capire per risolvere. Alziamo la testa che questo è il momento. Stiamo col culo a terra e solo da qui ci si può rialzare.