Tra i ricordi c'era lei
tra il mare e la pioggia
il fango e la spiaggia
fatta d'abitudine
bella
in fondo all'abisso
Lei, come uno di quei venti
di cambiamento
distruzione, rinnovamento
E' occhi e mani
calde
sulle tue spalle
Amore non voluto
troppo desiderato
E ancora non sai
se uccidere o pregare
E ancora non sai
se c'è una differenza da trovare
giovedì 25 novembre 2010
domenica 14 novembre 2010
andiamo, andiamo.
Ho bisogno di mettere dei punti, ogni tanto.
E tu…tu…
Puntini per esprimere quello che non si può più dire, che non è possibile dire perché sarebbe troppo lungo spiegarli tutti, i puntini.
E ieri. E oggi… e domani. Titolo di un film, coda scaduta, poltrone rugose e vuoto e freddo e tu che in fondo in fondo mi stringi ma non so se per proteggermi o per fare l’amore...
Fermarsi a guardare i se, inconsistenti come sabbia.
Ogni ragione degli sguardi di ieri crolla come la prima repubblica sotto le bombe di un’effimera rivoluzione troppo debole per affermarsi, ma abbastanza travolgente da raschiare al suolo ogni cosa, e far si che si possa ripartire da zero.
Dopo la botta mi sono svegliata col malditesta, una cavalleria di puntini in testa che picchiavano duro e sono stata sballottolata in alto mare.
Dimmi dove sono, dimmi chi sono.
Con animo puro, la mente sgombra e con voglia di dare, il rito si compie attraverso la nebbia, che oscura il passaggio e non fa dormire.
Densità di messaggio, ridondanza di spiccioli, colori caldo-scuri, estati autunnali. Piogge chilometriche confondono le orme e il passaggio resta da ricordare e basta. Le proporzioni della macchina ce le devi avere bene in testa, e autocad non capisce un cazzo di disegni a mano.
La vera rivoluzione è che la coperta mi è scivolata dalle spalle e non sento il bisogno di rimetterla, sento il calore che mi scende dagli occhi, lucidi di pianto.
Il freddo c’è ancora intorno a me, ma non saprei dire… o non c’è più conduzione, oppure il mio calore è più forte e lo sta scaldando: speriamo diventi tiepido.
Risate. Abbracci. Violenti messaggi. Tipico dolce autunnale sfumato e attutito nel suono dall’ovatta tra le tue dita.
Tra le mani hai dell’olio e mi prende la malinconia perché tu sei tu e sei uguale a ieri e io vorrei che fossi sempre tu, ma senza ieri. Anche senza domani, solo con oggi, adesso, con tanto affetto, baci e saluti, dalla tua carissima… A presto.
Infilo la porta, ascolto Flaubert, vado a tossire e scaldo il pc. Rituali di passaggio, infinita grandezza e piccole cose. Piscio di cane in naftalina e secolari cazzate mediate d’istinti.
martedì 12 ottobre 2010
L'IMPORTANZA DELLA PUNTEGGIATURA
certo ci vuole un bel po’ di coraggio a sognare ancora mano nella mano o forse no più che toccarsi le mani si sfidano a duello in un gioco di tensione spinta al limite di sopportazione tu cadi e ti sanguina la fronte e il labbro e io ti lecco le ferite ma non basta e allora lei mi ha detto che serve la liquirizia perché sono ferite d’amore quando i sogni sono più logici della realtà onestamente non me ne frega un cazzo
mercoledì 6 ottobre 2010
Non ho tempo da perdere in stupide battaglie di modi
Prima faceva freddo e pioveva, alle sette di mattina dico. Assolutamente nessuna voglia di alzarmi. Piove, lava, pulisce porta via… e io dormivo. Appena il cielo ha cominciato a schiarirsi mi sono alzata dicendo “oh cazzo le otto e mezza ma cristo santo perché sempre così tardi”…Poi mi sono largamente giustificata dicendomi che era giusto, essendo andata a letto a mezzanotte e mezza ci stava preciso: avevo dormito le mie 8 ore buone.
E ho anche sognato qualcosa che non ricordo. Vi basti sapere che era bello delicato e pungente al tempo stesso. In bianco e nero. Il bacio di Doisneau che Nicola casualmente ma azzecatamente mi ha ricordato c’entra in qualche modo. E l’amore e tutto il resto. Insomma un bel casino. Svegliarsi con una cosa sola in testa. I pensieri di due giornate una di seguito all’altra vissute sul bilico di una bicicletta da circo inesistente sui sampietrini di una Roma ovviamente sempre troppo splendida per capire se sei innamorato tu o se è lei che ti innamora ogni volta. Una marmellata di pensieri in testa. E niente. Giravo a vuoto per la stanza. Girovagavo nell’anima della rete (dicesi “web” per persone “argute”).
E poi rompiamo i libri. Scombiniamo parole e farfugliamo aforismi ma non stiamo costruendo niente. Stiamo soltanto vagando. In attesa. Attendiamo che succeda qualcosa e quando succede non ci basta ancora e ne vogliamo di più, avidi e ingordi come le radici nodose delle piante più rompicoglioni che possono esistere, come quelle che si infiltrano pure tra mattonelle e malta e le scollano e rovinano un terrazzo già provato da decenni di vita in affitto, e poi affitto di studenti, quindi ancora peggio per le mattonelle. Però la casetta è ancora tanto graziosa e quel terrazzo ne ha viste di belle serate e ne vedrà delle altre, ne sono sicura. Intanto l’altro giorno ha rivisto dei baci. E questo è un gran bel passo avanti. C’era forse anche troppo romanticismo che non si può spiegare a parole ché rischia di essere miele senza senso per chi non ci sta dentro.
Insomma “il libro dell’inquietudine” di Pessoa. Roba come i sentimentalismi e la frasetta carina che cercavo prima e che mi è costata lo strappo di mezza pagina (si Flavio mi sa che c’hai ragione i libri della Feltrinelli non valgono granché, ma tu guarda se mi si devono strappare le pagine di un libro appena nuovo cristo)
“…e se dobbiamo dare amore per sentimentalismo, è indifferente se lo riserviamo alle piccole sembianze del calamaio o alla grande indifferenza delle stelle”
Grande inquietudine, santa…oddio non so quanto sia santa…ma poi in fondo che vuol dire non lo sa nemmeno lui…la religione, la fede bah…non sono stronzate, non intendo dire questo, ma la fede più grande è quella della vita e me ne fotto della morte, perciò dico sempre che dobbiamo viverci accanto, ci dobbiamo sentire stretti e dobbiamo toccarci e sentirci e avvicinarci e addomesticarci l’un l’altro, ogni essere umano sulla terra, per questi pochi attimi di infinità che non si sa bene perché stiamo vivendo adesso. Ricordatene domani chi sarà il nuovo messia: una donna. Magari.
Ma a me mi basta stare sdraiata su un ponticello di legno in mezzo a qualche antica rovina. C’è l’immortalità e la fugacità insieme. E se poi c’è un braccio su cui appoggiarsi tanto meglio, contare le stelle sarà più facile. Ma non pensare che io abbia uno smisurato bisogno di te. Contegno ci vuole. Fai piano se entri nei miei giorni, in punta di piedi e passi felpati ché non ho tempo da perdere in stupide battaglie di modi. Se è giusto, calzerà a pennello. Le scarpe di pelle possono essere messe in forma dal calzolaio. Le storie o ti vanno giuste o è meglio lasciar perdere. Ché poi ci sono giorni che sei tu a subire “dilatazioni umorali” (vedi le dilatazioni termiche simili che costituiscono il “miracolo” del calcestruzzo armato…dio mio santo che strazio… che paragoni assurdi…)
Adesso comunque mi sono sbloccata. Mi si è sbloccata la penna. O la tastiera. Punti di vista temporalmente separati. Nell’ottocento avrei scritto la penna. Oggi forse è più corretto dire la tastiera. Ed ecco che potrei anche indefinitamente parlare di concetti profondi. Ed ecco che potrei anche tornare a studiare. Dopo tutto può darsi che in minima parte io abbia effettivamente bisogno di te.
E ho anche sognato qualcosa che non ricordo. Vi basti sapere che era bello delicato e pungente al tempo stesso. In bianco e nero. Il bacio di Doisneau che Nicola casualmente ma azzecatamente mi ha ricordato c’entra in qualche modo. E l’amore e tutto il resto. Insomma un bel casino. Svegliarsi con una cosa sola in testa. I pensieri di due giornate una di seguito all’altra vissute sul bilico di una bicicletta da circo inesistente sui sampietrini di una Roma ovviamente sempre troppo splendida per capire se sei innamorato tu o se è lei che ti innamora ogni volta. Una marmellata di pensieri in testa. E niente. Giravo a vuoto per la stanza. Girovagavo nell’anima della rete (dicesi “web” per persone “argute”).
E poi rompiamo i libri. Scombiniamo parole e farfugliamo aforismi ma non stiamo costruendo niente. Stiamo soltanto vagando. In attesa. Attendiamo che succeda qualcosa e quando succede non ci basta ancora e ne vogliamo di più, avidi e ingordi come le radici nodose delle piante più rompicoglioni che possono esistere, come quelle che si infiltrano pure tra mattonelle e malta e le scollano e rovinano un terrazzo già provato da decenni di vita in affitto, e poi affitto di studenti, quindi ancora peggio per le mattonelle. Però la casetta è ancora tanto graziosa e quel terrazzo ne ha viste di belle serate e ne vedrà delle altre, ne sono sicura. Intanto l’altro giorno ha rivisto dei baci. E questo è un gran bel passo avanti. C’era forse anche troppo romanticismo che non si può spiegare a parole ché rischia di essere miele senza senso per chi non ci sta dentro.
Insomma “il libro dell’inquietudine” di Pessoa. Roba come i sentimentalismi e la frasetta carina che cercavo prima e che mi è costata lo strappo di mezza pagina (si Flavio mi sa che c’hai ragione i libri della Feltrinelli non valgono granché, ma tu guarda se mi si devono strappare le pagine di un libro appena nuovo cristo)
“…e se dobbiamo dare amore per sentimentalismo, è indifferente se lo riserviamo alle piccole sembianze del calamaio o alla grande indifferenza delle stelle”
Grande inquietudine, santa…oddio non so quanto sia santa…ma poi in fondo che vuol dire non lo sa nemmeno lui…la religione, la fede bah…non sono stronzate, non intendo dire questo, ma la fede più grande è quella della vita e me ne fotto della morte, perciò dico sempre che dobbiamo viverci accanto, ci dobbiamo sentire stretti e dobbiamo toccarci e sentirci e avvicinarci e addomesticarci l’un l’altro, ogni essere umano sulla terra, per questi pochi attimi di infinità che non si sa bene perché stiamo vivendo adesso. Ricordatene domani chi sarà il nuovo messia: una donna. Magari.
Ma a me mi basta stare sdraiata su un ponticello di legno in mezzo a qualche antica rovina. C’è l’immortalità e la fugacità insieme. E se poi c’è un braccio su cui appoggiarsi tanto meglio, contare le stelle sarà più facile. Ma non pensare che io abbia uno smisurato bisogno di te. Contegno ci vuole. Fai piano se entri nei miei giorni, in punta di piedi e passi felpati ché non ho tempo da perdere in stupide battaglie di modi. Se è giusto, calzerà a pennello. Le scarpe di pelle possono essere messe in forma dal calzolaio. Le storie o ti vanno giuste o è meglio lasciar perdere. Ché poi ci sono giorni che sei tu a subire “dilatazioni umorali” (vedi le dilatazioni termiche simili che costituiscono il “miracolo” del calcestruzzo armato…dio mio santo che strazio… che paragoni assurdi…)
Adesso comunque mi sono sbloccata. Mi si è sbloccata la penna. O la tastiera. Punti di vista temporalmente separati. Nell’ottocento avrei scritto la penna. Oggi forse è più corretto dire la tastiera. Ed ecco che potrei anche indefinitamente parlare di concetti profondi. Ed ecco che potrei anche tornare a studiare. Dopo tutto può darsi che in minima parte io abbia effettivamente bisogno di te.
venerdì 1 ottobre 2010
non dico mai cose serie, ma nemmeno le scrivo
Mi tocchi nel profondo, e mi rendi fiera di questo corpo e di questa mente. Arrivarci così, con una semplicità trovata per caso. Moti dell’animo: non si esprimono in nient’altro che in impulsi nervosi, piccoli, leggeri spasmi di tremori incontrollabili. E poi niente, va bhè. Non riesco a pensare ad altro che negazioni. Se non fosse successo mai. Perché conoscerti è il più grande sbaglio e la più grande grazia. E conoscerti ogni giorno, senza riconoscere i petali del girasole che ho fatto appassire, o il fiore che non mi hai mai regalato, e le bugie che mi hai promesso, non è affatto quello che voglio. Ma tra il bagno e la stanza si susseguono le risate dei nostri corpi intrecciati, e ogni maledetta superficie è fondamentale nell’esercizio di ricordarmi di dimenticarti. Però lo sai che io non dico mai per sbaglio cose serie, e parlo solo di sciocchezze, il sorriso sulla mia faccia è la maschera migliore che potevo inventarmi. E dalla sanità passo alla malattia, con la stessa logica con cui si passa da una storia all’altra. Affioro in superficie di tanto in tanto per ricordarmi di essere unica e sola, di bastare a me stessa, ma mi sfugge il concetto. Lo perdo tra le dita, poeticamente affusolate, tra voci indecise e calde, sussurrate piano all’orecchio, che cantano musiche per farmi innamorare. E se ho paura proteggimi, se ho freddo riscaldami. E se non ti trovo, mostrami dove ti nascondi, tutte le volte che ti ferisco. Non serve la psicologia per capire che si sta meglio senza facebook, che l’acqua per il bagno è meglio calda, che le fragole a letto macchiano il cuscino, che ti devo ringraziare, e che se ci siamo persi, ci sarà qualche ragione. Ma ritrovare gli occhiali non è mai stato semplice, urtare scaffali e comodini ogni mattina, per la fretta di scappare sperando di non aver dimenticato niente, chiamare l’ascensore con le scarpe slacciate, baciarsi in ascensore e allacciarsi le scarpe, poi truccarsi in macchina sotto il tuo sorriso, sperando di essere stata bella fino a quel momento per te, e non dopo, quando preparandomi al mondo non sono più io, senza le mie occhiaie e quella faccia pallida, che dedico solo a te, quando siamo sicuri di amarci. È strano l’odore dell’imperfezione di un legame. Il gioco delle parti, la musica che ci accompagna nel sonno. Poi tra te e me, c’è tutto il vuoto spazio di un’ora di autobus, con le sue voci incostanti, gli aliti ubriachi e le donne in carriera, e c’è tutta Roma, e poi c’è il treno che mi separa da casa, l’aereo che ci porterà a Parigi, sempre che tu non sia legato ad altri ricordi. Ma dilungarsi, tra i fogli e il computer, con accanto la cena, consumata mentre la cucina diventava momentaneamente un laboratorio di vernice, e volere un controllo assoluto, un corpo perfetto, e un’anima perfetta, non mi sembra poi così stupido. Stupido è non chiamarci amore quando ci scappa di bocca, e trattenerlo come si trattiene il vomito prima di arrivare al bordo del cesso, stupido è pensare che ci sia un momento giusto, una frase giusta, una persona giusta. Stupido è pensare, in certi casi.
giovedì 30 settembre 2010
L’importanza dell’incremento differenziale
E ogni giorno è come il giorno prima. Ti svegli come se non fosse successo niente. Non ti curi delle molecole che sono invecchiate sulla tua pelle (anche se lo sai: ah, come lo sai bene!), che la terra si è spostata un po’ sulla sua orbita che i poli magnetici hanno impercettibilmente aumentato la distanza da quelli geografici. Non sai nemmeno che, mentre dormivi, qualcuno nel pianeta ha fatto una qualche fondamentale esperienza. Qualcuno è nato, e qualcuno è morto. Delle idee sono state formulate, e qualcun altro avrà certamente finito più d’una bottiglia di buon vino rosso in allegra compagnia.
Tu ti svegli, il mondo intorno a te è cambiato anche molto, ma impercettibili sono i riflessi di tutto questo nella tua vita quotidiana. Solo qualcosa di piccolo. Conosci una persona. Inciampi in un volantino. Ti tuffi nel mondo appena esci dal portone. Col tuo sorriso come unica arma, e un universo incontrollabile dentro. Chissà se il mondo oggi capirà. Otto e mezza di mattina, in ritardo come sempre. Tutto cambia, ma tu e la tua indole ritardataria no. Però qualcosa di infinitesimale, un incremento di entropia, anche la tua vita l’ha subito. E così passa un giorno. Una settimana. Un mese. E così via. E l’anno dopo la tua vita è totalmente diversa. L’invisibile incremento differenziale sommato di giorno in giorno si è materializzato in qualche modo e tu, ancora non te ne accorgeresti, se solo non avessi la memoria di ricordare come stavi “ieri”.
Tutto questo dove ti ha portato? Il minimo impercettibile cambiamento, i piccoli sbagli, i grandi passi avanti, amori perduti, anime ritrovate, gentilezze conosciute e tutto l’odio e tutto il male e tutto il bene e tutto quanto ma proprio tutto … dove ti hanno portato? Dove sei adesso? Fai in modo di trascinare i piccoli mutamenti, mi verrebbe da dire con saggezza spicciola, di cui son capaci tutti, e non farti trascinare. È proprio la sola cosa davvero difficile: trascinare e inglobare i mille raggi di sole incostanti e mutevoli che ogni giorno ti accarezzano il viso, o ti bruciano gli occhi, e portarli verso il migliore dei futuri che riesci a concepire oggi. Cazzo: dura la vita, se ogni mattina che ti svegli devi pensare a tutto questo.
mercoledì 29 settembre 2010
Avvertire l'isopportabile Assenza
Ma in fondo cosa vuoi che sia la vita!
Sono giorni di cemento, di costruzione, di malattia.
Sono giorni di cemento, di costruzione, di malattia.
domenica 26 settembre 2010
Il tizio sconosciuto stava lì che mi osservava
Il tizio sconosciuto stava lì che mi osservava con quegli occhi curiosi e insinuanti, mentre parlavo con qualcun altro, di uno qualunque degli aspetti della questione imbarazzante. Il tavolino di legno stretto e corto, con i suoi disegnini incisi sopra, le impronte dei bicchieri del gruppo di prima, i rimasugli delle patatine fritte, la tazzina con ketchup e maionese, tutto questo in un microscopico intervallo di spazio, ci divideva gli uni dagli altri. Ma le sedie alte ci riportavano come il riflusso delle onde, a protenderci in avanti, i gomiti sul tavolo e le mani sul mento, in posizione di ascolto e intimità, anche a proteggerci dal mondo intorno, raggomitolati sui nostri discorsi, stavamo lì e parlavamo di cose mentre i nostri occhi parlavano di noi. E la mia voce flebile faceva appena in tempo a raggiungere l’ascoltatore più vicino, che infatti sembrava capire quello che dicevo, vi sia di testimonianza che mostrava di disapprovare tutte le mie scelte, come forse avrebbe fatto qualsiasi persona sana di mente. Ma il tizio sconosciuto si capiva che non capiva, e mi guardava con quello sguardo obliquo, un ricordo vago di qualcosa di simile ad un sorrisetto malizioso, come a dire: “non mi freghi, io la so lunga, le tue ingenuità mi fanno ridere”. A questo punto, di fronte a persone così, mi capita sempre di imbarazzarmi, per quello che hanno negli occhi, per quel segreto che sembrano nascondere, quella saggezza che a me manca, e dio come vorrei afferrarle per le spalle, e scuoterle e minacciarle di dirmi tutto ciò che sanno su di me, perché, mi dico, non è giusto che loro sappiano così tanto e io così poco.
Non so quando è successo di preciso. In quale punto del flusso incostante e interrotto di chiacchiere che ci hanno portato via sei ore della notte, chiusi in un pub, attorno al piccolo tavolino di legno, farfugliando discorsi tra persone semi-sconosciute, che mi sono divertita a mescolare insieme come quando leggi una ricetta di cucina fino a metà, poi ti stufi di seguire le regole e fai di testa tua, sperando che non scoppi la rissa, come ogni tanto accade, e una serata al circo massimo ne è la prova. Ma ieri sera non so perché la ricetta è andata bene, le tre donne e i tre uomini che si trovavano al tavolo hanno magicamente trovato un equilibrio, e i discorsi si incrociavano, e noi stessi ci spostavamo attorno a tavolino, per seguire l’indole del momento, come se eseguissimo una danza tutt’attorno: qualcuno si è scambiato per seguire meglio un discorso piuttosto che un altro, qualcun altro perché aveva freddo e si cercato un posto più riparato. Ma il sistema circolare che ci racchiudeva attorno al tavolino non si è mai spezzato: non vi so dire come, ma eravamo uniti. Sarà stata l’intuizione magica del cancro, l’estremo amore della bilancia, la tensione misteriosa del gemelli, o i due ingenui sagittari. Tanto comunque nessuno di noi ci crede davvero, all’astrologia. Però a un certo punto è successo. Abbiamo cominciato a parlare di segni zodiacali. Delle affinità, dei nostri segni e di quelli che abbiamo intorno, con cui vorremmo spendere attimi preziosi. Il tizio sconosciuto si è rivelato un esperto in materia, allora la timidezza ha cominciato a lasciare il posto alla curiosità. La domanda ovvia che potevo porre è come funzionano i rapporti tra sagittario e capricorno, data l’insistente ripetizione di questo carattere tra le persone con cui mi frequento. Bene dunque, il tizio sconosciuto ha smesso di guardarmi negli occhi con fare malizioso e ha assunto un’espressione di competenza più simpatica: il capricorno e il sagittario vanno benissimo insieme, il sagittario questo…il capricorno quello…e poi quell’altro…se si sblocca poi…l’energia… etc etc
Come l’ho apprezzato! E come d’altra parte sono rimasta sbalordita dall’effettiva pertinenza di quello che ha detto con la mia situazione reale, e come è stato bello per una volta non parlare dei fatti ma di possibili e teoriche affinità o contrasti. E mi sono liberata. Con un’espressione di soddisfazione entusiasta mi sono sentita libera di parlare anche a questo sconosciuto con naturalezza, ed è stato a quel punto che è successo.
Si è ripresentato. “fino a prima mi avevi dato di te una pessima idea, adesso invece ti trovo simpatica”.
sabato 25 settembre 2010
puntini e silenzi
una sedia in un angolo e discorsi attraversati mentre la notte diventava mattina, in un misto di surrealtà non capita, non voluta, non accettata. niente stelle niente luna. niente. attesa. puntini puntini. silenzi e rancori. malumori. perdiamo la libertà quando ci leghiamo. il problema è sempre lo stesso è sempre antico e buffo e scandaloso allo stesso tempo. mandare tutto al diavolo certe volte è la soluzione migliore
martedì 14 settembre 2010
definizioni
una parola
mi trattengo
la sospensione del giudizio
ma prima o poi bisogna
dire qualcosa di definitivo
per un tempo presente
ipotizzato tale
nel futuro prossimo
approssimato
in termini di giorni
la paura
la voglia
fare l'amore
tu, io, la luna.
gli incontri
le promesse degli occhi
le mani che afferrano
il tuo equilibrio che non c'è
e quello che vuoi
quello che cerchi
e quello che voglio
io
mi trattengo
la sospensione del giudizio
ma prima o poi bisogna
dire qualcosa di definitivo
per un tempo presente
ipotizzato tale
nel futuro prossimo
approssimato
in termini di giorni
la paura
la voglia
fare l'amore
tu, io, la luna.
gli incontri
le promesse degli occhi
le mani che afferrano
il tuo equilibrio che non c'è
e quello che vuoi
quello che cerchi
e quello che voglio
io
mercoledì 8 settembre 2010
frasi pensate, vecchie, sperate.
Ma quando mi sono innamorata di te…io sono sicura, tu te nei accorto come un fulmine che ti colpisce addosso..non serve che tu mi dica niente, non serve obiettare, è così anche se vorresti credere di no, non mi freghi amore mio. Sono qui, siamo qui, passiamo e andiamo, voliamo e citiamo i discorsi dei poeti cercando, anche noi, la poesia. Adesso ascolto De Gregori. Mia mamma per la ninna nanna mi cantava “buonanotte fiorellino”. A dodici anni cantavo Rimmel nel bagno grande arrampicandomi sul lavandino per vedermi bene nello specchio, con i trucchi di mamma tutti attorno, con la massima incoscienza del “dopo”, dei suoi rimproveri; stavo insieme alla mia amica di sempre, mi ricordo bene: le cantavo rimmel, come se chissà cosa ci avessi capito del testo a dodici anni, eppure la sua voce mi aveva da sempre dato l’impressione di una certa profondità di contenuti, nonostante davvero, e adesso lo posso dire, non ci avessi capito proprio niente del testo. E poi…
Ne è passato di tempo, tanti tagli di capelli si sono succeduti, eppoi castani, biondi, rossi… tanti amici tante storie, per lo più platoniche e puramente immaginarie, tanto caos, tanta ribellione, tanta voglia di cambiare il mondo…tanta bella gioventù. Perduta come i sogni perduti. Ritrovarsi a 18 anni e non avere niente tra le dita, apparte qualche amico drogato, la morte che fa capolino con i primi parenti che se ne vanno, e tanti dubbi. L’aver messo in discussione tutto precocemente, troppo precocemente rispetto a quelli che mi stavano intorno, ha creato un alone, un’aura di distacco fisico, totale, tra me e “gli altri”. Che poi magari ci saranno stati anche giovani che, come me, scrivevano su libri e quaderni dissertazioni filosofiche su dio e sull’amore a tredici anni, non lo posso escludere: solo, io non ne ho incontrati.
Ma quello che volevo dire è che alla fine, tutto cambia. Il tempo passa. E tu sei uguale a quella ragazzina lì, che si ubriacava fino a vomitare in un delirio che voleva tragico per fare esperienza del tragico. Sperimentare. Sulla propria pelle. Esperimento vivente di se stessa, storia infinita di analisi e tentativi fatti su di sé. Alla fine tutto cambia. Crescere. Ritrovare il sorriso e le lacrime abbandonati a quattordici anni dopo aver deciso che bisognava lottare ed essere duri e forti come il Che. E ti sei ubriacata di questi ideali da sempre, e per sempre li avrai dentro. Però…certo che qualcosa da aggiungere adesso ce l’ho.
Noi siamo cresciuti alla fine delle grandi utupie, e dopo il primo scarto di puro individualismo degli anni ottanta, siamo cresciuti nella consapevolezza che esistevano una quantità di miti interminabile per ogni generazione che ci aveva preceduto. Ognuno di questi miti è stato un personaggio della storia, o un’idea, è stato qualcosa che ha trascinato la fantasia della generazione cui si riferiva. Oggi mi chiedo quali siano i nostri miti, il progesso, il socialismo, il rock and roll, gandhi, Che Guevara, Kurt Cobain… sono tutti miti passati, polverosi, usurati. Io li metterei tutti in soffitta. Ammetto che generalizzare così tanto, accostare Gandhi e Kurt Cobain, potrebbe scandalizzare qualcuno. Scandalizza anche una parte di me in effetti. Però proprio qui sta il punto: sono diventate parole che rimandano ad un immaginario impoverito dal consumo, dall’abuso. È quindi in questo senso che mi azzardo a metterli vicini, non già perché siano sullo stesso piano per contenuti, ma perché lo sono come consumo che di essi se n’è fatto.
Ognuno di noi, giovani moderni, giovani di oggi, giovani contemporanei o come cavolo vi piace di più definire la generazione di giovani che oggi vive il presente (che è questo qui, uno solo, non ce n’è un altro), insomma io e “gli altri” miei coetanei, possiamo scegliere tra una vastità infinita di miti, possiamo scegliere se deprimerci con Kurt Cobain o immolarci per un futuro migliore esasperando la lotta contro qualcosa in particolare. Siamo saturi di ideologie. Fortunatamente oserei dire. Non ci rimane altro che di ritornare alle idee, pure e semplici. Azzerando il contatore di miti cui fare riferimento, per prendere spunto da tutti e da nessuno come più ci piace e come più crediamo giusto per riformulare noi stessi, con le nostre parole, nuove finalmente, non masticate da bocche d’altri, le teorie sulla vita e sul mondo che ci potranno guidare nel bene e nel male, alla luce di pochi semplici concetti primordiali, e di tanta letteratura, di tutti gli stessi miti che, ormai in pensione, ritrovano ai nostri occhi di lettori disillusi (e poco inclini a intemperanze facinorose stile ’68) una loro ragione di essere più seria e realistica. Infatti credo proprio che noi dobbiamo gioire di non avere miti, o mitologie forti a cui credere ciecamente. Questa nostra disillusione ideologica penso che possa essere la giusta spinta verso un nuovo, radicale cambiamento. Il guardare tutto con occhio critico, senza glorificare nulla e senza demistificare allo stesso tempo nulla, credo che sia l’unico modo per poter conoscere bene anche le varie parti che nella storia si sono sempre fronteggiate con ostilità, senza mai per davvero conoscersi bene vicendevolmente, ma legate ad un campanilismo ancestrale, che fa del mio vicino il mio nemico, non si sa bene poi perché, forse per paura che mangi le carote del mio orto.
Forse è il peace and love anni settanta a guidare queste mie parole, forse io dentro di me sono così, ho questo mito dentro, però davvero credo che oggi a noi sia concesso di scarnificare questi miti, di ridurre all’osso la loro portata, e questo è un bene. Prendiamo spunto, studiamo in questa società diffusa, andiamo su google e ci informiamo sommariamente un po’ di tutto, poi ognuno prenderà la sua strada, si impratichirà di qualcosa e di quel qualcosa diventerà veramente il nuovo portavoce. Perché troppo è stato detto, troppo scritto, troppo disegnato o scolpito, troppo è stato infine costruito. Il messaggio globale di nuovo cambiamento, deve risuonare forte nei nostri cuori giovani e ancora un po’ ingenui, l’idea di avere carta bianca su cui scrivere il futuro ci deve pervadere. Si è vero: tanti casini tanto rumore, tanto precariato. Se ci limitiamo a lamentarci rimarremo per sempre bambini viziati legati alla sottana di mamma. Quello sul quale poggiamo i piedi è un mondo vecchio, logoro e stanco. Conoscere per capire, capire per risolvere. Alziamo la testa che questo è il momento. Stiamo col culo a terra e solo da qui ci si può rialzare.
martedì 24 agosto 2010
cose scritte per pensare al presente
Non ho contato bene le stelle
Dal momento che non so se sono quelle
A dire il vero non saprei che direzione prendere
A guardare da qui
Sembra tutto un mare di follia incontaminata
Incatenati al buio
Inanellati ad uno ad uno nel filo della vita
I nostri anni migliori
Le poesie le promesse le aspirazioni le sensazioni
Le cose dette
E le cose non dette
Quando ti rubavo lo sguardo che mi guardava rapito
Da qualcosa che non saprò mai spiegare bene
Perché non so cosa vedono i tuoi occhi quando mi guardano
E queste ali malate
Che ora come ora non possono proprio volare
Possono solo guardare lontano
Guardare
Sapere che al mondo c’è qualcosa da affrontare
E niente ci potrà limitare
Sappiamo parlare ascoltare e soffrire
E sappiamo che non importa
Se non lo sappiamo spiegare
Guardo il computer
Affronto con un brivido di piacere
Gli scritti seducenti di chi
Fino a pochi mesi fa non conoscevo affatto
E che oggi mi conforta
Della sintonia con cui facciamo vibrare la corde delle nostre vite
E ringrazio Dio
Anche se non lo conosco
…
Estate caotica
Violenta
Folle
Piena
Veloce
Malata
È stato un piacere fare affari con voi
Piccole more gialle e rossastre
Colorate e addolcite da sapienti fotografie
Catturate in una bottiglia di becks
Per giocare con un niente e riempire i cuori
Con qualcosa che non si sa mai cos’è
Scolorite ne sono certa
Nel momento in cui il caldo si fa più intenso
Il senso delle parole che non gli avevo mai detto
…
Cerchi l’amore in frasi e parole
In volti bagnati da luci teatrali
In gesti e sguardi disposti ad arte
Sbagli. Fallisci.
È quel punto invisibile
Irraggiungibile
Su quella linea immaginaria che sta tra me e te
Che devi cercare
Nella distanza dell’attimo che lega la pelle al brivido
È là
Che devi cercare
In tutto quello che non si può raccontare
In tutto quello che non si può vedere
In tutto quello che non si può spiegare
È tutto quello che non riesci ad afferrare
È tutto quello che non crederesti mai
Ma che nonostante tutto
Senti forte nella sua invisibilità
È qui
Che potrai trovare, insomma, quella cosa banale
Che è l’amore
mercoledì 7 luglio 2010
io non lo so come funziona
io non lo so come funziona
cosa siamo
dove andiamo
forse riesco vagamente a ricordare cosa vogliono le nostre mani quando accostandosi alla pietra ne sentono la ruvidezza, oppure i nostri occhi quando si dissetano di un panorama
io non lo so come funziona
se un momento sembra tutto nero, perché deve venire necessariamente il bel tempo qualche attimo dopo? che cosa ascoltano le terminazioni nervose del mio corpo, quando mi fanno vibrare e mi dicono “sì, adesso stai bene così”?
io non lo so come funziona
e che parte occupi tu nella mia vita, ma di sicuro sei un pezzo di me ormai, se ci sarai domani o mai più non importa. se un giorno ti dovessi lasciare per sempre, salutandoti davanti a una fermata di metro, so che ti ricorderei per sempre con amore.
io non lo so come funziona
la realtà
l’amore
la vita
ma so che la stella polare
è il nostro bisogno di eternità
martedì 29 giugno 2010
che poi cosa vuol dire
ascolto canzoni d'amore e basta, non riesco a sentirne altre e sopratutto ripeto la stessa per ore e ore, singhiozzi di malinconia mi accompagnano trascinandomi su e giù per casa, se chiudo gli occhi vedo baci e dolcezze e sguardi e fumosi finali, quando li riapro non riesco a pensare...mi sento stordita e col cervello di una cretina rincoglionita di 15 anni alla sua prima cotta.
allora è vero, mi dico: ti sei innamorata. per lo meno adesso lo so. se è una malattia spero passi presto.
allora è vero, mi dico: ti sei innamorata. per lo meno adesso lo so. se è una malattia spero passi presto.
lunedì 28 giugno 2010
nel frattempo
Se tu, poniamo, una sera, anche fosse questa sera, decidessi di chiamarmi verso l’una, mentre io ascolto la musica sul letto e quasi mi addormento dondolandomi su pensieri di materia astrofisica; se tu dicevo, mi chiamassi a quell’ora e io stupita ti chiedessi cosa c’è, e tu mi rispondessi che sei sotto al portone, che mi aspetti, allora io scenderei e ti verrei incontro baciandoti e partiremmo per una notte imperdibile a piedi, viaggiando sconosciuti nella città straniera, ci perderemmo per i vicoli, ci fermeremmo in ogni posto per baciarci, per tenerci tra la braccia e sentire i fianchi e le mani toccarsi, per scrutarci la pelle del viso e della guancia a quella distanza da microscopio, e scopriremmo stupefatti quanto siamo belli l’uno per l’altra, e continueremmo così fino all’alba.
Fino a che la stanchezza non vincerà, noi incroceremo strade deserte e ci infileremo in pertugi improbabili a fare l’amore, ci sfioreremo i nasi e le labbra sfioreranno gli occhi più di una volta, e, ogni tanto ci guarderemmo stupiti. Stupidi che questa cosa stia accadendo. Adesso.
Fino a che la stanchezza non vincerà, noi incroceremo strade deserte e ci infileremo in pertugi improbabili a fare l’amore, ci sfioreremo i nasi e le labbra sfioreranno gli occhi più di una volta, e, ogni tanto ci guarderemmo stupiti. Stupidi che questa cosa stia accadendo. Adesso.
...
Come si racconta il calore di un corpo appoggiato ad un altro corpo?
Quel calore trasmesso nonostante i vestiti, quell'attimo di vibrazione erotica in cui tutto sembra poter succedere?
Ti vorrei raccontare questo calore, e il momento in cui si capisce, nonostante tutto e contro ogni logica.
Falliscono miseramente le ragioni della mente davanti a questo calore.
Pelle su pelle, mani nascoste tra le pieghe di una gonna, sono la stessa cosa, è una forza primordiale, e io sono impotente di fronte a ciò.
domenica 13 giugno 2010
.
no.
non va.
c'è qualcosa che non va.
c'è qualcosa di sbagliato.
non va.
c'è qualcosa che non va.
c'è qualcosa di sbagliato.
giovedì 3 giugno 2010
tremendi e distanti
Idee di indignazione, anime dolci a venire giù a dirotto come il cosmo come la pioggia, come queste lacrime che non trovano spazio perché non c’è spazio per capire nemmeno cosa si prova, dove sia il dolore, cosa sia la fatica di provare a toccare, ad esplorare il mondo con ingenua verità, con la libertà di dire sempre nient’altro che la verità, perché la realtà ha un significato sempre nuovo, ogni volta che annusiamo questo o quello, un fiore o una discarica, la seduzione del torbido e la gloria dell’eroico. Ogni mutevole azione, ogni sguardo e ogni soffio di vento, i sospiri accarezzano le foglie e il vento scivola tra le dita come se tutto avesse un’importanza precaria. Mutevoli gli sguardi sul mondo, stupita da tanto rumore, da tanto colore, tutti i suoni del mondo tutta questa velocissima giostra che mi fa vomitare, mi fa votare per scendere, mi fa voltare la faccia e guardare all’insù. Ricchi e appassionanti temi di filosofia. Vorrei potermi annullare tra il mouse e il computer, essere solo carta e aria e niente e nessuno e volare e osservare e non fare del male. Ma mi muovo con la grazia di un rinoceronte con il fiato corto e zoppo alla zampa posteriore sinistra, che non sa dove andare che ha perduto le staffe e la regina di cuori gli taglierà la testa e lui corre goffamente verso la salvezza rimbalzando sulla terra col suo peso imbarazzante…il peso dei nostri discorsi il peso dei nostri corpi il peso…ci disturba, ci inibisce, ci disegna, ci formalizza, ci manifesta, ci percorre, ci piega, ci ammazza. Amore amore amore amore amore amore amore… ma che cazzo vuol dire amore, e cosa significherà davvero amare. Quando ho studiato l’acciaio me l’hanno suddiviso in acciaio dolce e acciaio armonico. L’acciaio dolce è molto meno resistente dell’acciaio armonico. La dolcezza non resiste granché. L’armonia ha qualcosa di più sublime. È bello resistere come questi materiali a tutte le prove che cercano di piegarti, o di spezzarti, durante questa vita. La dolcezza e l’armonia, l’armonia come qualcosa di più, di sublime e di bello. Il sublime come portatore in sé dell’essenza del terribile, bello che ti fa paura. Dove sta la chimica, dov’è la capacità di capire se la chimica è negli sguardi della gente, nei gesti e nelle parole…
Tremendi e tremanti anneriti e distanti
Sguardi ingialliti
Metafore disposte in fila nel vecchio comodino
Prendono e partono fanno un viaggio e ritornano
Tu temi gli sguardi che non si vedono al buio
E poi la luna sempre la luna
Piena o a metà
Mèta per un cuore a metà
Siamo distanti troppo distanti
Attente voci di pensieri pesanti
Tu io noi loro e…
Qualcosa.
sabato 15 maggio 2010
batte la pioggia su tende azzurrine
La pioggia bagna. Ti bagna i vestiti che hai addosso una sera mentre cerchi di raggiungere certi sorrisi, nel ritardo dell’ora successiva all’appuntamento. Scrosciate di pioggia attraversano la strada larga e nera, dove i lampioni riescono a malapena ad illuminare il bagliore luccicante dell’acqua. Ti si bagnano perfino i calzini e alla prima occasione spingi la timidezza nella piega più nascosta della borsa e ne chiedi in prestito di puliti. Saranno stati i calzini o la pioggia, o il cioccolato, la birra e una stanza accogliente, alcune note di poesia accompagneranno per sempre il ricordo di quella sera piovosa.
La pioggia lava. Lava le macchine impolverate, aride di questo tempo secco e morto, senza illusioni e senza speranze, lo lava e lo pulisce, e toglie il disincanto. Entri in macchina per tornare, e trovi qualcuno che ti cerca con baci sulla bocca, cadenzati dal ritmo della pioggia: comincia a venir giù, prima batte piano e lentamente, poi comincia, sempre più insistente … e nella macchina ci lasciamo dissetare, curiosi e attenti, dal suo venir giù copioso. Com’è bella la pioggia. Porta un po’ di nord tra questi comignoli, ora che il nord ha un senso preciso. Crea una pellicola tra te e gli altri, crea un distacco naturale che rispetta di più le nostre individualità anomale e strampalate.
La pioggia asciuga. La pioggia deve fare qualche magia perché dopo la tempesta il sereno arriva sempre con sorpresa, cessa quel battere insistente quasi di botto, e rimane il silenzio. Rimangono piccole gocce gocciolanti, sembra che il cielo abbia finito di strizzarsi. Asciuga le lacrime rimaste sospese, quando finisce. Ti lascia asciutto la fine della tempesta. Torni a casa tra pozzanghere che riflettono ampie nuvole bianche e pezzi di cielo blu. E il sole in mezzo.
giovedì 29 aprile 2010
guarda che luna
guarda la luna stanotte fratello mio
dimentica i rimpianti
falle una fotografia infinita amore mio
dimentica il resto
prendila dentro al cuore
affogaci dentro
dimentica la prudenza
fa' che, appena giri l'angolo tra questi estivi palazzoni romani, ti prenda di schianto questa grande luna in faccia.
affogaci dentro
e dimentica l'angolo.
martedì 20 aprile 2010
e quindi la smetto di avere paura
Certe volte vorrei avere la bacchetta magica, vorrei amare tutto contemporaneamente allo stesso modo, allo stesso tempo, sincronicamente e perfettamente. Mi perdo dietro le mille lucine dei pensieri facili e accattivanti del nulla della mente, che sono fatte di aria è vero, però provengono dalla realtà. Per questo mi ci perdo. Perché mescolare e confondere la vita e il suo suono è sempre stato troppo facile per me. Così mi sembra che il tempo non esista quando sto sull’autobus mentre vado a fare strutturale, e dal finestrino vedo una donna danzare con le mani levate sul marciapiede al di là della strada, la vedo ruotare su se stessa e non capisco e alla fine di un sordo valzer la vedo fare un inchino, rivolgendosi al di là del semaforo … allora mi giro a cercare e… e affondato tra gli alberi di là dal semaforo mi accorgo di un suonatore di fisarmonica…
Poi l’autobus riparte e io mi porto dietro la musica di quel valzer che non ho ascoltato, pigiata tra la folla, tra un mezzo finestrino perché l’altra metà è coperta da una scritta di spray, e tra visi e soprattutto tra capelli e borse e giacconi e soprattutto schiene perché sull’autobus non ci si guarda quasi mai in faccia.
C’è stato un momento, solo un istante, in cui mi sono sentita capace di volare e di raccogliere la coperta che stava in faccia alla fermata del tram, su un ramo spoglio a più di dieci metri da terra. L’ho vista per settimane, poi non l’ho vista più.
E quando vai avanti e indietro a fare mille cose puoi perdere di vista quel surrealismo spettacolare che ti offre anche soltanto la strada, se non hai fretta, vai a piedi e raccogli squarci di irrazionalità buttati lì per essere dimenticati. Come una stampella appesa ad un ramo, come dei papaveri sotto ad un muro di murales e filo spinato, e ti sembra di percepire una certa predisposizione alla catastrofe. E prendi in mano cose senza sostanza che ti pare quasi di perder tempo perché non stai completando l’armatura della soletta rampante per domani, perché ti fermi ad oziare su pensieri e c’è qualcuno –molti veramente- che cercheranno di farti sentire in colpa per essere inconcludente.
Però…
Io dalla vita non mi aspetto cose precise, cerco di viverla con amore e non mi sento di aver sbagliato un bel niente se mi dicono che forse architettura serve a costruire case e quindi datti-una-mossa-spicciati-non-perdere-tempo-a scrivere-stronzate-fai-esperienze-vai-muoviti-cosa-aspetti….
State tutti calmi cazzo!
Anche io voglio fare-vedere-cercare-scoprire-imparare-sentire-toccare-tossire...
Prendo un pezzetto di cielo, imparo una musica nuova, scruto dentro altri occhi cose che posso trovare, e mi accingo a dare quello che posso. Senza barare sul prezzo. Mai. Il prezzo è alto, è caro, carissimo, ci si fa mille volte più male a darsi senza parsimonia. Ma il gioco è tutto lì. “Sii coraggiosa”, mi hanno detto dei riccioli castani, sì sì: prendo ed esco. Mi rialzo subito. Avrò brutti momenti, avrò karmiche ripercussioni di fastidio verso persone che non si meritano il mio carattere brusco, avrò da perdonarmi mille cose e avrò da imparare ancora e ancora molto. Mi sento bene e male allo stesso tempo e non so cosa mi aspetta. Mi studio la mia architettura con la calma che mi ritrovo: la lentezza, il camminare piano sono le cose che mi permettono di vivere. Ma Parigi e Berlino stanno ancora lì. Lo so che mi aspettano.
Eppoi... dove dovrei correre? E perché mai dovrei correre?!
Un po’ inizialmente lo ammetto: ci baravo. Un po’ di paura dell’ignoto mi faceva fare come Zeno e mi dicevo che potevo fare di tutto, se solo ci avessi provato. Lo dico tanto per far capire ai detrattori che lo conosco il vizio che si nasconde dietro l’ozium. Ma lo so, e anche se ogni tanto la mia indole pigra mi direbbe di rallentare ancora, io cerco di mantenere sempre un certo stato di moto lento, ma rettilineo e uniforme, così che arriverò alla luna, o a Parigi, o dovunque, prima o poi.
Vorrei amare tutto contemporaneamente allo stesso modo. Vorrei temporalmente essere in grado di crearmi cinque o sei dimensioni parallele per vivere pienamente. Vorrei però in fondo mi accorgo che è già tutto qui in queste quattro dimensioni reali, perché già queste mi permettono di sognare e di deformare la verità come più mi piace. Ti sta bene? Sei d’accordo con me? E allora sali su, vieni a camminare insieme a me. Altrimenti vai. Vai dove vuoi e ovunque tu vada io ti porterò con me per quello che mi hai dato, e lo stesso farai tu, inevitabilmente.
Definire…Sono sempre sfumate le cose, e più ci stai vicino peggio è. Fortuna che c’è il tempo. Mi ritrovo ad odiarlo e ad amarlo sempre più spesso, dicotomica relazione che è l’unica a creare momento perché la reazione uguale e opposta intorno a un centro è quello che mi sento, questa energia degli opposti.
E tu e io siamo sempre più idee che carne reale, siamo poli e centri di gravitazione in cerca, siamo milioni di persone e… grazie.
Un senso di gratitudine mi pervade...non so bene perché...
Un senso di gratitudine mi pervade...non so bene perché...
E fare male e far star male e farsi male è un po’ un inconveniente che fa più da stimolo che da freno…per questo rimane il sapore dolciastro del pugno in bocca, insanguinato e rosso.
Tuttavia ad ogni cosa corrisponde una reazione. E io la smetto di avere paura e faccio e dico quello che mi sento. Mi inchino cercando grazia nei miei gesti, per restituire alla vita anche io qualche goccia di splendore. De André perdonami.
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