martedì 24 agosto 2010

cose scritte per pensare al presente

Non ho contato bene le stelle
Dal momento che non so se sono quelle
A dire il vero non saprei che direzione prendere
A guardare da qui
Sembra tutto un mare di follia incontaminata
Incatenati al buio
Inanellati ad uno ad uno nel filo della vita
I nostri anni migliori
Le poesie le promesse le aspirazioni le sensazioni
Le cose dette
E le cose non dette
Quando ti rubavo lo sguardo che mi guardava rapito
Da qualcosa che non saprò mai spiegare bene
Perché non so cosa vedono i tuoi occhi quando mi guardano
E queste ali malate
Che ora come ora non possono proprio volare
Possono solo guardare lontano
Guardare
Sapere che al mondo c’è qualcosa da affrontare
E niente ci potrà limitare
Sappiamo parlare ascoltare e soffrire
E sappiamo che non importa
Se non lo sappiamo spiegare
Guardo il computer
Affronto con un brivido di piacere
Gli scritti seducenti di chi
Fino a pochi mesi fa non conoscevo affatto
E che oggi mi conforta
Della sintonia con cui facciamo vibrare la corde delle nostre vite
E ringrazio Dio
Anche se non lo conosco


Estate caotica
Violenta
Folle
Piena
Veloce
Malata
È stato un piacere fare affari con voi
Piccole more gialle e rossastre
Colorate e addolcite da sapienti fotografie
Catturate in una bottiglia di becks
Per giocare con un niente e riempire i cuori
Con qualcosa che non si sa mai cos’è
Scolorite ne sono certa
Nel momento in cui il caldo si fa più intenso
Il senso delle parole che non gli avevo mai detto


Cerchi l’amore in frasi e parole
In volti bagnati da luci teatrali
In gesti e sguardi disposti ad arte
Sbagli. Fallisci.
È quel punto invisibile
Irraggiungibile
Su quella linea immaginaria che sta tra me e te
Che devi cercare
Nella distanza dell’attimo che lega la pelle al brivido
È là
Che devi cercare
In tutto quello che non si può raccontare
In tutto quello che non si può vedere
In tutto quello che non si può spiegare
È tutto quello che non riesci ad afferrare
È tutto quello che non crederesti mai
Ma che nonostante tutto
Senti forte nella sua invisibilità
È qui
Che potrai trovare, insomma, quella cosa banale
Che è l’amore

mercoledì 7 luglio 2010

io non lo so come funziona

io non lo so come funziona
cosa siamo
dove andiamo
forse riesco vagamente a ricordare cosa vogliono le nostre mani quando accostandosi alla pietra ne sentono la ruvidezza, oppure i nostri occhi quando si dissetano di un panorama

io non lo so come funziona
se un momento sembra tutto nero, perché deve venire necessariamente il bel tempo qualche attimo dopo? che cosa ascoltano le terminazioni nervose del mio corpo, quando mi fanno vibrare e mi dicono “sì, adesso stai bene così”?


io non lo so come funziona
e che parte occupi tu nella mia vita, ma di sicuro sei un pezzo di me ormai, se ci sarai domani o mai più non importa. se un giorno ti dovessi lasciare per sempre, salutandoti davanti a una fermata di metro, so che ti ricorderei per sempre con amore.

io non lo so come funziona
la realtà
l’amore
la vita
ma so che la stella polare
è  il nostro bisogno di eternità



martedì 29 giugno 2010

che poi cosa vuol dire

ascolto canzoni d'amore e basta, non riesco a sentirne altre e sopratutto ripeto la stessa per ore e ore, singhiozzi di malinconia mi accompagnano trascinandomi su e giù per casa, se chiudo gli occhi vedo baci e dolcezze e sguardi e fumosi finali, quando li riapro non riesco a pensare...mi sento stordita e col cervello di una cretina rincoglionita di 15 anni alla sua prima cotta.
allora è vero, mi dico: ti sei innamorata. per lo meno adesso lo so. se è una malattia spero passi presto.

lunedì 28 giugno 2010

nel frattempo

Se tu, poniamo, una sera, anche fosse questa sera, decidessi di chiamarmi verso l’una, mentre io ascolto la musica sul letto e quasi mi addormento dondolandomi su pensieri di materia astrofisica; se tu dicevo, mi chiamassi a quell’ora e io stupita ti chiedessi cosa c’è, e tu mi rispondessi che sei sotto al portone, che mi aspetti, allora io scenderei e ti verrei incontro baciandoti e partiremmo per una notte imperdibile a piedi, viaggiando sconosciuti nella città straniera, ci perderemmo per i vicoli, ci fermeremmo in ogni posto per baciarci, per tenerci tra la braccia e sentire i fianchi e le mani toccarsi, per scrutarci la pelle del viso e della guancia a quella distanza da microscopio, e scopriremmo stupefatti quanto siamo belli l’uno per l’altra, e continueremmo così fino all’alba.  
Fino a che la stanchezza non vincerà, noi incroceremo strade deserte e ci infileremo in pertugi improbabili a fare l’amore, ci sfioreremo i nasi e le labbra sfioreranno gli occhi più di una volta, e, ogni tanto ci guarderemmo stupiti. Stupidi che questa cosa stia accadendo. Adesso.

...

Come si racconta il calore di un corpo appoggiato ad un altro corpo?
Quel calore trasmesso nonostante i vestiti, quell'attimo di vibrazione erotica in cui tutto sembra poter succedere?
Ti vorrei raccontare questo calore, e il momento in cui si capisce, nonostante tutto e contro ogni logica.
Falliscono miseramente le ragioni della mente davanti a questo calore.
Pelle su pelle, mani nascoste tra le pieghe di una gonna, sono la stessa cosa, è una forza primordiale, e io sono impotente di fronte a ciò.

domenica 13 giugno 2010

.

no.
non va.
c'è qualcosa che non va.
c'è qualcosa di sbagliato.

giovedì 3 giugno 2010

tremendi e distanti

Idee di indignazione, anime dolci a venire giù a dirotto come il cosmo come la pioggia, come queste lacrime che non trovano spazio perché non c’è spazio per capire nemmeno cosa si prova, dove sia il dolore, cosa sia la fatica di provare a toccare, ad esplorare il mondo con ingenua verità, con la libertà di dire sempre nient’altro che la verità, perché la realtà ha un significato sempre nuovo, ogni volta che annusiamo questo o quello, un fiore o una discarica, la seduzione del torbido e la gloria dell’eroico. Ogni mutevole azione, ogni sguardo e ogni soffio di vento, i sospiri accarezzano le foglie e il vento scivola tra le dita come se tutto avesse un’importanza precaria. Mutevoli gli sguardi sul mondo, stupita da tanto rumore, da tanto colore, tutti i suoni del mondo tutta questa velocissima giostra che mi fa vomitare, mi fa votare per scendere, mi fa voltare la faccia e guardare all’insù. Ricchi e appassionanti temi di filosofia. Vorrei potermi annullare tra il mouse e il computer, essere solo carta e aria e niente e nessuno e volare e osservare e non fare del male. Ma mi muovo con la grazia di un rinoceronte con il fiato corto e zoppo alla zampa posteriore sinistra, che non sa dove andare che ha perduto le staffe e la regina di cuori gli taglierà la testa e lui corre goffamente verso la salvezza rimbalzando sulla terra col suo peso imbarazzante…il peso dei nostri discorsi il peso dei nostri corpi il peso…ci disturba, ci inibisce, ci disegna, ci formalizza, ci manifesta, ci percorre, ci piega, ci ammazza. Amore amore amore amore amore amore amore… ma che cazzo vuol dire amore, e cosa significherà davvero amare. Quando ho studiato l’acciaio me l’hanno suddiviso in acciaio dolce e acciaio armonico. L’acciaio dolce è molto meno resistente dell’acciaio armonico. La dolcezza non resiste granché. L’armonia ha qualcosa di più sublime. È bello resistere come questi materiali a tutte le prove che cercano di piegarti, o di spezzarti, durante questa vita. La dolcezza e l’armonia, l’armonia come qualcosa di più, di sublime e di bello.  Il sublime come portatore in sé dell’essenza del terribile, bello che ti fa paura. Dove sta la chimica, dov’è la capacità di capire se la chimica è negli sguardi della gente, nei gesti e nelle parole…

Tremendi e tremanti anneriti e distanti
Sguardi ingialliti
Metafore disposte in fila nel vecchio comodino
Prendono e partono fanno un viaggio e ritornano
Tu temi gli sguardi che non si vedono al buio
E poi la luna sempre la luna
Piena o a metà
Mèta per un cuore a metà
Siamo distanti troppo distanti
Attente voci di pensieri pesanti
Tu io noi loro e…
Qualcosa.

sabato 15 maggio 2010

batte la pioggia su tende azzurrine

La pioggia bagna. Ti bagna i vestiti che hai addosso una sera mentre cerchi di raggiungere certi sorrisi, nel ritardo dell’ora successiva all’appuntamento. Scrosciate di pioggia attraversano la strada larga e nera, dove i lampioni riescono a malapena ad illuminare il bagliore luccicante dell’acqua. Ti si bagnano perfino i calzini e alla prima occasione spingi la timidezza nella piega più nascosta della borsa e ne chiedi in prestito di puliti. Saranno stati i calzini o la pioggia, o il cioccolato, la birra e una stanza accogliente, alcune note di poesia accompagneranno per sempre il ricordo di quella sera piovosa.

La pioggia lava. Lava le macchine impolverate, aride di questo tempo secco e morto, senza illusioni e senza speranze, lo lava e lo pulisce, e toglie il disincanto. Entri in macchina per tornare, e trovi qualcuno che ti cerca con baci sulla bocca, cadenzati dal ritmo della pioggia: comincia a venir giù, prima batte piano e lentamente, poi comincia, sempre più insistente … e nella macchina ci lasciamo dissetare, curiosi e attenti, dal suo venir giù copioso. Com’è bella la pioggia. Porta un po’ di nord tra questi comignoli, ora che il nord ha un senso preciso. Crea una pellicola tra te e gli altri, crea un distacco naturale che rispetta di più le nostre individualità anomale e strampalate.

La pioggia asciuga. La pioggia deve fare qualche magia perché dopo la tempesta il sereno arriva sempre con sorpresa, cessa quel battere insistente quasi di botto, e rimane il silenzio. Rimangono piccole gocce gocciolanti, sembra che il cielo abbia finito di strizzarsi. Asciuga le lacrime rimaste sospese, quando finisce. Ti lascia asciutto la fine della tempesta. Torni a casa tra pozzanghere che riflettono ampie nuvole bianche e pezzi di cielo blu. E il sole in mezzo.

giovedì 29 aprile 2010

guarda che luna

guarda la luna stanotte fratello mio
dimentica i rimpianti
falle una fotografia infinita amore mio
dimentica il resto
prendila dentro al cuore
affogaci dentro
dimentica la prudenza
fa' che, appena giri l'angolo tra questi estivi palazzoni romani, ti prenda di schianto questa grande luna in faccia.
affogaci dentro
e dimentica l'angolo.

martedì 20 aprile 2010

e quindi la smetto di avere paura

Certe volte vorrei avere la bacchetta magica, vorrei amare tutto contemporaneamente allo stesso modo, allo stesso tempo, sincronicamente e perfettamente. Mi perdo dietro le mille lucine dei pensieri facili e accattivanti del nulla della mente, che sono fatte di aria è vero, però provengono dalla realtà. Per questo mi ci perdo. Perché mescolare e confondere la vita e il suo suono è sempre stato troppo facile per me. Così mi sembra che il tempo non esista quando sto sull’autobus mentre vado a fare strutturale, e dal finestrino vedo una donna danzare con le mani levate sul marciapiede al di là della strada, la vedo ruotare su se stessa e non capisco e alla fine di un sordo valzer la vedo fare un inchino, rivolgendosi al di là del semaforo … allora mi giro a cercare e… e affondato tra gli alberi di là dal semaforo mi accorgo di un suonatore di fisarmonica…
Poi l’autobus riparte e io mi porto dietro la musica di quel valzer che non ho ascoltato, pigiata tra la folla, tra un mezzo finestrino perché l’altra metà è coperta da una scritta di spray, e tra visi e soprattutto tra capelli e borse e giacconi e soprattutto schiene perché sull’autobus non ci si guarda quasi mai in faccia.
C’è stato un momento, solo un istante, in cui mi sono sentita capace di volare e di raccogliere la coperta che stava in faccia alla fermata del tram, su un ramo spoglio a più di dieci metri da terra. L’ho vista per settimane, poi non l’ho vista più.
E quando vai avanti e indietro a fare mille cose puoi perdere di vista quel surrealismo spettacolare che ti offre anche soltanto la strada, se non hai fretta, vai a piedi e raccogli squarci di irrazionalità buttati lì per essere dimenticati. Come una stampella appesa ad un ramo, come dei papaveri sotto ad un muro di murales e filo spinato, e ti sembra di percepire una certa predisposizione alla catastrofe. E prendi in mano cose senza sostanza che ti pare quasi di perder tempo perché non stai completando l’armatura della soletta rampante per domani, perché ti fermi ad oziare su pensieri e c’è qualcuno –molti veramente- che cercheranno di farti sentire in colpa per essere inconcludente.
Però…
Io dalla vita non mi aspetto cose precise, cerco di viverla con amore e non mi sento di aver sbagliato un bel niente se mi dicono che forse architettura serve a costruire case e quindi datti-una-mossa-spicciati-non-perdere-tempo-a scrivere-stronzate-fai-esperienze-vai-muoviti-cosa-aspetti….
State tutti calmi cazzo!
Anche io voglio fare-vedere-cercare-scoprire-imparare-sentire-toccare-tossire...
Prendo un pezzetto di cielo, imparo una musica nuova, scruto dentro altri occhi cose che posso trovare, e mi accingo a dare quello che posso. Senza barare sul prezzo. Mai. Il prezzo è alto, è caro, carissimo, ci si fa mille volte più male a darsi senza parsimonia. Ma il gioco è tutto lì. “Sii coraggiosa”, mi hanno detto dei riccioli castani, sì sì: prendo ed esco. Mi rialzo subito. Avrò brutti momenti, avrò karmiche ripercussioni di fastidio verso persone che non si meritano il mio carattere brusco, avrò da perdonarmi mille cose e avrò da imparare ancora e ancora molto. Mi sento bene e male allo stesso tempo e non so cosa mi aspetta.  Mi studio la mia architettura con la calma che mi ritrovo: la lentezza, il camminare piano sono le cose che mi permettono di vivere. Ma Parigi e Berlino stanno ancora lì. Lo so che mi aspettano.
Eppoi... dove dovrei correre? E perché mai dovrei correre?!
Un po’ inizialmente lo ammetto: ci baravo. Un po’ di paura dell’ignoto mi faceva fare come Zeno e mi dicevo che potevo fare di tutto, se solo ci avessi provato. Lo dico tanto per far capire ai detrattori che lo conosco il vizio che si nasconde dietro l’ozium. Ma lo so, e anche se ogni tanto la mia indole pigra mi direbbe di rallentare ancora, io cerco di mantenere sempre un certo stato di moto lento, ma rettilineo e uniforme, così che arriverò alla luna, o a Parigi, o dovunque, prima o poi.

Vorrei amare tutto contemporaneamente allo stesso modo. Vorrei temporalmente essere in grado di crearmi cinque o sei dimensioni parallele per vivere pienamente. Vorrei però in fondo mi accorgo che è già tutto qui in queste quattro dimensioni reali, perché già queste mi permettono di sognare e di deformare la verità come più mi piace. Ti sta bene? Sei d’accordo con me? E allora sali su, vieni a camminare insieme a me. Altrimenti vai. Vai dove vuoi e ovunque tu vada io ti porterò con me per quello che mi hai dato, e lo stesso farai tu, inevitabilmente.
Definire…Sono sempre sfumate le cose, e più ci stai vicino peggio è. Fortuna che c’è il tempo. Mi ritrovo ad odiarlo e ad amarlo sempre più spesso, dicotomica relazione che è l’unica a creare momento perché la reazione uguale e opposta intorno a un centro è quello che mi sento, questa energia degli opposti.

E tu e io siamo sempre più idee che carne reale, siamo poli e centri di gravitazione in cerca, siamo milioni di persone e… grazie.


Un senso di gratitudine mi pervade...non so bene perché...

E fare male e far star male e farsi male è un po’ un inconveniente che fa più da stimolo che da freno…per questo rimane il sapore dolciastro del pugno in bocca, insanguinato e rosso.
Tuttavia ad ogni cosa corrisponde una reazione. E io la smetto di avere paura e faccio e dico quello che mi sento. Mi inchino cercando grazia nei miei gesti, per restituire alla vita anche io qualche goccia di splendore. De André perdonami.

sabato 13 marzo 2010

Il mistero della melanzana

Certo è interessante osservare dal suo interno la vita universitaria di un fuori sede nel weekend sfigato di studio che rimane nella città straniera. Mettendo un attimo da parte le epifanie rivelatrici di sommi esemplari direi giurassici che non potevano rimanere a lungo celati, come il venerabile Ludovico Quaroni, lasciato nel cassetto forse troppo a lungo e per ragioni di rivalità dal sapore davvero troppo infimo come il nome della facoltà gemella…
Mettendo un attimo da parte quindi il preciso scopo di restare per studiare, ci sono altri scopi che trovano nelle necessità primarie la loro essenza.
Mangiare, per esempio. Una melanzana in frigorifero rimanda alle melanzane grigliate mangiate in cucine estive nella sicilia dei nonni, o alle polpette di un’improbabile cena a quartiere prati, o alla pizza con quelle lievi e morbide sfoglie “melanzanose” sopra, o a paste succulente con ricotta e pomodorini e a involtini di carne dal sapore delicato…
Cavolo quante buone cose si possono fare con le melanzane!
Ed ora entra in scena il proverbiale disamore a cucinare del fuori sede. Anche la mancanza di tempo sufficiente per realizzare quei piatti così buoni ma complicati è un fattore essenziale della sfiga che dirò poi.
Quindi si direbbe che il piatto più sicuro e veloce sarebbero le melanzane grigliate. Ma a ben vedere, tra i tanti ricordi della cucina romana, intesa come quel luogo senza tempo (causa orologio ikea non funzionante) direttamente attaccato alla mia stanza, oltre ad una padella andata a fuoco e svariate caffettiere bruciate, ci stanno affumicazioni ripetute dovute all’utilizzo della griglia perché la cucina è senza cappa…e siccome si è ancora in inverno e cucinare con accanto un pinguino non fa bene alle mie mani senza circolazione…scelgo di optare per una via di mezzo inventata da me sul momento, memore di un gustosissimo contorno preparato da Rosa (la nuova badante dominicana di nonna) in cui le melanzane, gloriosamente rotonde, ricche e paffute, erano cucinate ad arte e morirono presto nei nostri stomaci.
Ipotizzo una padella e un po’ d’olio, taglio a fette le melanzane e metto sul fuoco, con il coperchio. Intanto prego che la scansione antivirus del computer vada in porto senza traumi, mi faccio anche un’insalatina così sicuramente in quanto a verdure posso considerarmi soddisfatta, attendo con impazienza un tempo minimo e riapro il coperchio per vedere come stanno le mie melanzanine…
Tutte incollate sulla padella.
Attivo il forchettone d’emergenza per staccare le ree adesive dal fondo già bruciato, cercando di non pensare che tutto è perduto anche se il fumo direbbe il contrario, prendo con decisione una tazza, la riempio d’acqua e la butto in padella, crepitìo di melanzane sofferenti ma sempre incollate, allora le prendo una a una con la forchetta e le stacco finalmente, morendo ad ogni istante nel vederle sfracellarsi e sfaldarsi e rimanere per metà sul fondo…
Una poltiglia è quel che rimane. Il sapore è buono, ma ho fatto un ‘insulto alla bellezza talmente grosso che mi sento proprio debilitata…quindi: caffè, riposino e buonanotte.
NB: La padella attende ancora nel lavandino di essere scrostata.
Che bella, la vita fuori sede.

domenica 7 marzo 2010

Radici

Mia nonna era una femminista. Ma non di quelle estremiste degli anni ’70 che volevano eliminare l’uomo dalla loro vita, che facevano separatismo e che fondamentalmente non ci capivano un cazzo di quello che voleva dire femminismo (le lesbiche infatti sono un’altra cosa, non è difficile capirlo).
Mia nonna, nata negli anni ’30, era una femminista degli anni ’50, quel dopoguerra che in Italia ha profondamente influito a livello politico nella vita di tutti. Quello che le interessava era fare qualcosa per le donne. Questo voleva dire femminismo ai suoi tempi. FARE QUALCOSA PER LE DONNE. Per le donne sfruttate, usate, violentate, non considerate. Emanciparle da un sistema patriarcale per il quale ad esempio se in famiglia c’erano pochi soldi chi studiava era il maschio, tanto la femmina avrebbe trovato marito…oppure tante altre piccole e grandi cose che sommate tutte insieme rendevano la donna inferiore nei diritti, anche se con i medesimi doveri…un salario più basso, una minore considerazione nelle scelte, non poter divorziare, sono solo alcuni esempi. Un sistema in cui non c’erano né aborto né divorzio, un periodo critico perché, aldilà di tutto ciò che è stato detto dopo, queste due cose sono state fondamentali per l’emancipazione della donna. Oggi non si capisce forse nemmeno più molto bene perché questi due piccoli cambiamenti siano stati importanti, e in che modo siano stati rivoluzionari. Oggi si disconosce troppo spesso l’importanza di quelle lotte. Eppure questi diritti non sono dati una volta per tutte, la donna, tra l’altro spesso (e anche oggi è così), ha la tendenza ad essere l’oggetto di maltrattamenti. Storicamente è così. Io non lo so come mai, sarebbe interessante approfondire e ricercarne il motivo, perché poi una donna stuprata dovrebbe provare vergogna e tenersi un figlio nato così solo dio potrebbe permettersi di spiegarlo. E per fortuna dio non abita su questo mondo, mi viene da dire. La donna come oggetto, la donna sfruttata. Mi ha sempre fatto incazzare ed imbestialire e ancora di più se penso che le donne oggi per allontanarsi dall’immagine estremista che un femminismo stupido ha dato di sé non si dicono esse stesse femministe. Mia nonna ha lottato per le leggi per l’aborto e il divorzio, in prima linea, capiva quanto fossero importanti tali diritti per le donne. Ma non solo. L’emancipazione culturale e lo studio, l’associazione tra donne e l’unione delle donne. Il sostenersi a vicenda. Per questo ha lottato mia nonna. E ci ha scritto sopra un libro. E tanto perché fosse chiaro quale fosse il suo tipo di femminismo l’ha intitolato “Con le donne e non solo”.
Lei era una donna fuori dal comune per energie e capacità di mettersi in comunicazione con gli altri. Lottare per degli ideali. Di unità, di “sorellanza” e fratellanza. Di amore alla fine. Perché oltre ad essere una femminista militante del P.C. in giro per l’Umbria era una donna sposata e con un figlio. Una donna con le palle, nel gergo comune.
Scrivo queste cose di lei adesso, a un anno e mezzo dalla sua morte, per un motivo ben preciso. Ancora oggi nonna riesce a far parlare di sé. Venerdì pomeriggio scorso sono infatti stata ad un incontro ad Amelia, un piccolo borgo umbro, intitolato “Costruttori di Democrazia”, ed avevano organizzato una lettura di vari brani di personaggi impegnati in politica, nelle lotte dalla liberazione in poi, partigiani, militanti, perfino un guerrigliero colombiano finito (chissà come) ad Amelia. Io e papà ne siamo venuti a conoscenza per caso e abbiamo assistito con gioia alla lettura di brani del libro di nonna. Non sapevamo nulla dell’iniziativa e ci ha fatto davvero piacere. Io mi sono stupita di come la donna che parlava fosse entusiasta di quello che leggeva e di come mia nonna fosse riuscita ad essere chiara e diretta nella trasmissione di quello che voleva essere il messaggio per chi avesse letto il libro.
Io, che ero piccolina quando nonna mi portava alla sede di partito, quando leggeva il testo che si era preparata ai comizi, quando con nonno tutti i giorni leggevano le pagine di politica dei giornali. L’amore e la passione. La fede in un ideale. E nemmeno una lira in tasca (manco a dirlo, no?).
Sono orgogliosa di lei. Si, lo sono proprio tanto e sono contenta di poterla ricordare e lo faccio con l’obiettivo di proporre a modello il suo modo di fare attivo e propositivo. Senza troppi formalismi o “sofisticalismi”. Ho sempre ammirato molto e credo di aver ereditato il concetto che quello che conta è l’azione. Non bastano le teorie espresse a parole:
“il senso di una rivoluzione culturale che deviasse lo sviluppo dall’avere all’essere, comporterebbe che gli intellettuali la smettessero di spiegare il mondo e si impegnassero a cambiarlo”
 Questa frase l’ho estrapolata ormai anni fa dal libro di storia dell’architettura contemporanea del Benevolo. Con tutti i distinguo del caso (per esempio nonna non era certo un’intellettuale), mi pare spieghi molto bene comunque il suo fare e agire. Un pensiero attivo. Ce ne sono rare di persone così. Molta gente si chiude nelle sue meschinità. Lei a pochi giorni dalla morte, dopo un anno di sclerosi laterale amiotrofica (una malattia degenerativa che l’ha colpita tutto sommato ancora giovane), in viaggio a Roma per delle cure, cosa fa? Si porta dietro il giornale Noi Donne per distribuirlo ancora! Ci credeva fino in fondo e aveva sempre in testa l’ideale di un mondo migliore. Eppoi le mille marce per la pace, tutti gli otto marzo tra una manifestazione e l’altra per tenere vivo l’interesse della gente…
Si sono piena di orgoglio e non mi va di sminuire il valore di questa donna, che per caso è pure mia nonna, solo perché l’invidia e la meschinità di alcuni giudicherà questo scritto solo un vanto personale. Non ci provo nessun gusto né sfizio. Non mi vanto di essere sua nipote, non ha alcun senso, non ne ho nessun merito.
L’unica cosa che desidero è condividere la passione, la volontà e l’impegno che lei mi ha trasmesso. E posso farlo, o tentare di farlo.
In realtà ho sempre provato un po’ di vergogna, quando ero ancora al liceo, ad avere una nonna così famosa in città, che conoscevano tutti. Ed essere costantemente sempre e solo “la nipote di Anna” non ha mai fatto molto bene alla mia autostima. Ma poi si cresce e si capisce quale onore si ha avuto. Quale fortuna. Lo capisci quando la gente legge emozionata pezzi del suo libro per esempio.
Io per parte mia ho preso la mia strada, diversissima dalla militanza politica, ma mi sento dentro al cuore femminista. Fare e agire con amore e avere cura degli altri in ogni situazione. Avere cura: ecco che cazzo di semplice e rivoluzionario insegnamento. Non sempre mi riesce. Ma so che ci provo costantemente.
“Sorridi che il mondo ti sorride!” Quanto odiavo questa frase. Me la diceva sempre quando mi faceva le foto. E io ero un’adolescente scontrosa, piena di brufoli e con l’apparecchio. “cosa cazzo vuoi che gliene freghi al mondo se sorrido, stupida nonna!” pensavo sempre neanche troppo tra me e me…certe litigate…
Però…è proprio vero. Adesso che ci penso, adesso che sono grande, adesso che lei non c’è più. Sorrido. Ringrazio. E penso a lei. All’otto marzo. Alle Donne.
A Noi, Donne.

lunedì 22 febbraio 2010

miele o marmellata... o quello che ti pare

Joy Division stasera, va’.
E un bel bicchiere di vino bianco accanto al pc. E tante cose nella testa che non riescono a trovare un ordine corretto per venire fuori, fanno a spinte le une con le altre e il risultato è una marmellata di cose da dire. E una marmellata è sempre troppo dolce e dopo un po’ ti da il vomito. Non so cos’è il passato. Non so cos’è il futuro. Ci sono solo un susseguirsi di istanti presenti. Io mi ricordo per esempio cose come un letto incastrato tra il mio e la scrivania…ma è successo? E quando, ieri? E stamattina ho dormito fino all’una, ma ricordo distintamente un caffè alle 8:30…e ricordo anche qualcosa come delle mani…
E l’aria fredda intorno a Roma, addormentata tra i gabbiani.
E nuovi colori. E nuovi odori. E toccare e sentire e annusare e sfiorare…Contare le stelle ad una a una, restare sdraiati in mezzo alle rovine del portico di Ottavia, non c’è quasi niente di più bello dei monumenti romani alle quattro di notte. Ricordo istanti di presenti passati, momento dopo momento, ricordo che non sapevo mai bene cosa sarebbe successo, dopo.
Una vaga idea ce l’avevo. Ce l’abbiamo sempre tutti, una vaga idea di qualsiasi cosa.
Un circo. Il mio cuore ieri pomeriggio saltava nervoso come l’acrobata di un circo. Ma in fondo non riesco a scrivere quello che sto provando. Non riesco a declinarlo in termini accettabili … è puro miele, o zucchero, o marmellata o quello che ti pare.

Vabè…ridacchia…occhi socchiusi e il ricordo di un dolce bacio appena dato e che presto ritornerà sulle labbra.

Buona notte.

lunedì 8 febbraio 2010

Frammenti

Parole a caso
Corteggiando il destino
recitando la mia parte
Inciampando in discorsi
Troppo sottili

Avrai altri occhi
Particolare di una cornice dal cespuglio arruffato
Dietro occhiali da vista forse neri
Occhi giganti color nocciola
Non guardate qui
Distogliete lo sguardo prima di ferirmi
Sono impotente e anche curiosa

Basta. Mai più
Mai più.
È finita è iniziata
Ricomincia ogni giorno
Le ferite del cuore.
Si creano tutte lì intorno
E quando cerchi di riaprirlo
Si riaprono puntualmente
E sanguinano
E un nuovo amore
E un vecchio dolore

Maledici il destino
Guardi l’orizzonte
cerchi un senso significante
Trovi solo scuse
E quindi… la solita inquietudine
Saluti il mondo
Chiedendo pietà
Una carezza
Un amore
Un fiore
Un sorriso
Una scala
per tornare di sopra
In quella casetta di legno dal tetto di paglia
Toc toc
Avanti

Eppure…
Le finestre erano sbarrate
Le porte erano chiuse
Ogni fessura sigillata
Input e output
Virus e tarli
Il legno era marcio
Il collaudo statico non ha retto
Sottraggo un’aliquota percentuale infinitesima allo studio
e…
tu cosa ci fai ancora lì?!
                   ... 
Non ero ancora pronta, mi dissi.
Ed era vero
Sull’altalena le nuvole oscillavano
Tra le foglie
E i rami
In qualche modo riepilogavo nella mente i frammenti di blu e bianchi di cielo, ricomponendoli in un disegno coerente.
A domani mi disse. Fermai l’altalena, il cespuglio scuro che incorniciava i due occhi giganti dietro agli occhiali era davanti a me. A domani, mi disse baciandomi sulla bocca.
Andando via inciampai e caddi. Mi uscì del sangue dalla bocca e cominciò a piovere. Strano, pensai: sa di caffè.
Domani -è scontato lo so- ma non è ancora arrivato.

lunedì 1 febbraio 2010

Gennaio è finito.

Gennaio
Questo gennaio è cominciato strano. Io che sono sempre io ma sempre un po’ più vecchia. Tante cose non le capisco e cose che credevo di capire non le capisco più. Mi incazzo per lo studio mi incazzo per le relazioni, con le amiche con gli ex e con i “forse”…
Mi incazzo in generale.
Nera.
Corro su kilometri di sogni, con una fantasia galoppante e un entusiasmo disarmante e degenerativo, negativo perché deludente è cozzare con gente che ne è priva, che ti risponde a noia, che fa di tutta l’erba un fascio e che taglia a metà le tue frasi sbrigativamente.
Vaffanculo. Prendi in mano una pistola e spara sulla folla a caso, prendi un tizio e comincia a picchiarlo, fagli uscire il sangue dal naso, sbattilo contro l’asfalto e dagli tanti calci fino a fracassargli il cervello. Picchia. Picchia forte e fai male.
Tutto fa un po’ male in questo momento.

sabato 9 gennaio 2010

scivola...scivola vai via...

Vorrei avere la grazia di scivolare
tra la folla affannata
sotto la pioggia che cade fitta
tra tanti ombrelli neri
unico ricordo
del raggio di sole
tra le nuvole scure
andato via in un instante
ma che ha lasciato nell'aria
qualcosa di grande.

mercoledì 23 dicembre 2009

c'è la luna sui tetti

E ogni volta mi innamoro. Dalla finestra della mia stanza si vedono i cipressi del cimitero, particolarmente scuri e verdi e brillanti in questa giornata uggiosa. Nuvole pesanti e grigie occupano i due terzi del dipinto vivente incorniciato da questa grande finestra. Il foglio della sezione architettonica da completare per restauro sta aspettando solo me. Ma come spesso accade c’è una cavalleria di emozioni fortissime che mi preme in gola e vuole uscire. E io non posso che sottomettermi a questa necessità. Cazzo. Ma perché si deve sentire così forte e amplificato tutto quanto?! Come sarei curiosa di sapere se capita solo a me.
Io provo a focalizzare concetti di bellezza per dimenticare…

… PASSEGGIANDO PER ROMA SOTTO NATALE

Ha i colori dell’inverno davanti agli occhi: nella ripetizione ritmica di un fotogramma fisso, tra gli autobus che sfrecciano veloci, di una casa romana con terrazza e un nome di via illeggibile tra le foglie di una piccola quercia. E rimane solo via. Via come andare via, come gli autobus vanno via. Se solo arrivasse il mio. Pazienza. Prende spunto dal suo vicino e nell’attesa si accende una sigaretta, una delle rare, pensare che fuma solo per l’estetica del gesto. L’odore del tabacco fa l’effetto di un ricordo.
Ma io penso, penso continuamente. A tutto, a troppo. Penso a T. e a M., alle consonanti e a come suonano bene, a come siano più belle delle vocali. Ma fottetevi tutti stronzi. Vi voglio bene ma chi l’ha detto che devo capirvi? È ancora caldo il ferro, è rovente. E quando ti penso amica mia, mi incazzo a morte con te e ti odio. Sei una stronza e lo sei stata tutte le volte che mi hai ferita. Lo capisci che non ti posso perdonare? Eppure…come lo vorrei!!
Giulia pensa che non capisce, che non c’è motivo machisenefrega. E poi accade che certi sogni durino giorni e una città possa avere scritto AMORE a caratteri cubitali tra i binari dei treni alla stazione.
Cos’è la vita senza l’amore? Si si. Come un albero secco. Senza foglie. Ma immaginatelo, quest’albero: rami secchi, forti e nodosi, in un susseguirsi di diametri sempre più sottili si stagliano coraggiosi verso il cielo grigio-azzurro dell’inverno, in forte contrasto con la sagoma dell’albero. Potente, coraggioso, solitario e bellissimo. Passione e amarezza. Pare dire: << Sono il sogno dell’infinito, dell’immortalità, sulla mia corteccia sono incisi date e luoghi, quando e perché, di ogni gesto, di ogni bacio, di ogni amplesso>>.
Ferma in un secolo di istanti assurdi, arriva l’autobus. Giulia respira. Prende una penna e sbrodola frasi sporche e mozzate, sbagliate e mescolate di noia. Ora attende e riflette e cerca di capire, ma vede che non ce la fa. È assurda la vita? Ha senso interrogarsi sul niente? Reazioni allergiche davanti all’idiozia di due tredicenni parioline che parlano di sushi quasi fosse un dibattito sulla critica della ragion pura: sabotatrici dei modi e dei tempi della crescita, dei tempi degli aperitivi e dell’arte della seduzione, imparata inconsapevolmente da donne troppo mondane e impegnate per preoccuparsi di comprare delle stupide barbie alle loro bambine, ovviando a ciò con tanti soldi “ecco tesoro mio, comprati quello che vuoi”, e loro ci vanno a comprare il sushi. (un vago ricordo di canti della rivoluzione, contro i borghesi , viene in mente a Giulia in questi momenti, poi si ricorda di essere, anche lei, una stupida borghese).
Scende dall’autobus.
Odore di cannella e frutti secchi. Piazza Fiume natalizia con il gospel all’angolo della Rinascente. La libreria sotterranea e Lou Reed (amo i proprietari che ascoltano sempre ‘ ste musiche fighe) Cerco un libro…Pessoa…il libro dell’inquietudine…e un calendario…il Piccolo Principe…Sì, grazie, arrivederci e buon Natale.
Villa Albani al ritorno, niente lucine intermittenti, solo silenzio e freddo. E davanti quella vecchia casa malconcia e affascinante. E noi, che andiamo avanti dimenticando i sorrisi più belli, invecchiamo, come splendide rovine. Come questa casa, come le belle case…
Il senso della vita. Sì.

domenica 13 dicembre 2009

Odore di vinavil

Prima giocavo con la colla. Avevo due scatole delle scarpe, un ripiano vuoto del comodino e per niente tempo da perdere, ma sapete com'è, quando la mamma dice al bambino "non mangiare la cioccolata!" il bambino appena può va là e la mangia. Io ho fatto lo stesso con la mia coscienza. Sarà perché è quasi Natale e si è tutti più buoni, io voglio esserlo con me stessa (so che me ne pentirò poco prima degli esami, lo so...ma che importa?).
Insomma mi ritrovavo lì per terra, gambe incrociate, una bimba con le mani tutte impiastricciate di colla, una piantina della città di Parigi mezza incollata, un po' arriccita, un foglio di giornale marocchino direttamente da Marrakech e...tutto d'un tratto sobbalzo ricordandomi che circa tre quarti d'ora prima avevo messo a bollire l'acqua per il tè...mi alzo alquanto goffamente e inciampo sui fogli per terra, rovescio il bicchiere con la colla fino alle rotelle della sedia, vado in cucina e lo trovo spento...Uff!!! Una delle mie magiche coinquiline l'aveva spenta, ci aveva messo la bustina del tè e lui stava lì, in attesa di essere bevuto, tranquillo come la luna.
Mentre pulisco il danno a terra e bevo il mio tè rischiando di impiastricciare tè e colla in un nuovo e mistico sporco che qualche prodotto delle pulizie potrebbe prendere ad esempio delle sue performance in qualche mediocre pubblicità, penso al paragone con la luna. Perché, mi chiedo, la luna dovrebbe essere calma, sta così vicina alla terra, dovrebbe essere in ansia pazzesca, rischia di esplodere o di essere sommersa di rifiuti umani ogni minuto. Se fossi nella luna opterei per due soluzioni, mi dico, la prima sarebbe andarmene via lontano, rinnegando lo stretto legame con la terra e cercando la mia strada altrove, senza di lei, che si è fatta ormai corrompere da questo genere umano che prima o poi la distruggerà; la seconda opzione sarebbe più coraggiosa, perché mai proprio la luna dovrebbe andarsere via da un luogo che occupa ormai da milioni di anni? Semmai è la terra che con il suo comportamento dissoluto sta rovinando l'aria a tutti, e quindi opterei per un bell'impatto terra luna, le andrei a sbattere di botto, la frantumerei in mille pezzi, chiederei anche l'aiuto di venere e marte che lo so ce l'hanno a morte anche loro con la terra, con tutti quei continui satelliti che continuano a disturbarli...
Mentre mi immedesimavo nella luna ho capito che se fin'ora non se n'è andata, deve aver scelto l'altra inevitabile soluzione per liberarsi della terra, quindi ho buttato a terra tutto, rompendo la tazza e creando un secondo ancora più improbabile impasto di sporco, e a piedi scalzi (veramente con calzini) sono uscita di casa e gridando dal red carpet dell'ingresso (una mattina esco di casa e trovo questo tappeeto rosso natalizio, devono aver capito che dimorano persone importanti in questa casa, ma spero che la mia identità continui ad essere segreta) cercavo di far capire ai passanti che a breve la luna si sarebbe schiantata sulla terra, che non ci sarebbe stato più natale!
Non mi ha cagato nessuno, così sono rientrata un po' esterrefatta ma tant'è, ho pensato, se non frega a nessuno, perché dovrei farmi carico proprio io di questo? Mi sono nuovamente infilata nei panni di una studentessa modello (spero che qualcuno ci sia cascato, ma mi sembra ancora una copertura poco credibile) e mi sono messa a scaricare quintali di film porno, per il mio amico immaginario. Ora nonostante tutto ci credo alla storia della luna, penso che questo avverrà nel 2012, in fondo tutto combacia, abbiamo rovinato un pianeta ma non siamo tutti stupidi, qualcuno si salva anche tra miliardi di virus come noi.
Avrei voluto che accadesse tutt'altro. E invece è accaduto questo.

lunedì 23 novembre 2009

Carta


Siamo carta.

Carta che rimane lì, impolverata e sudicia, spiegazzata, strapazzata, sottile, infiammabile.

Pagine su pagine a formare libri, libri su libri a formare volumi, scaffali e librerie.

Un esercito di carta stampata, su cui scorrono fiumi di sangue, di lacrime, di battaglie, di imbrogli, e di conti da pagare.

Forse nemmeno l'arte si salva dall'essere nient'altro che carta. Noi, donne e uomini, siamo solo carta. Oh come vorrei vivere senza esistere, esistere solo di aria e introdurmi in ogni corpo di uomo o di donna secondo il mio piacere, per sentirmi e provare ogni volta tutto e niente!

Quello che nel mondo vale la pena di provare. Volare.

Non c'è gusto nell'essere prigionieri di un corpo unico e solo per tutta la vita.

Vorrei fuggire via
scappare
morire
non tornare mai più.

Voglio vivere.

domenica 4 ottobre 2009

....di getto!

Qualcosa andava pur fatto. Qualcosa andava pur detto. E infine, qualcosa andava pur scritto.
Roma cinque di pomeriggio. Notte insonne e treno troppo veloce. Perdo il senso del tempo così… Sbornia colossale il venerdì per aver sottovalutato le proprietà devastanti del moijto e crisi di esplosione liturgica fiorentina mi hanno stravolto il week end in maniera imprevista e alla fine gradevole. Ascoltando la musica sul pc mi accorgo che c’è troppo rock, rock progressive, rock anni 70-80-90, indie rock, sperimentale…nulla per ragionare, per meditare, su cui immaginare sogni e spiriti, e infine vedere la lucina lontana di piacere nervoso e puramente mentale. Ho solo potente rock vigoroso ed energizzante. Apparte che sembra la pubblicità di qualche doccia schiuma, appartiene alla sfera degli stati d’animo vitali propositivi, nulla a che vedere con quelli patologicamente e volutamente contorti e concentrati su se stessi, momento in cui mi trovo adesso, ma ancora per poco perché gli effetti del treno troppo veloce portano ad indigestioni umorali e a subitanee svanizioni di sensazioni. Odio i treni veloci. Odio qualsiasi cosa sia troppo veloce. Devo sedimentare immagini, devo bloccare gli istanti almeno un secondo per poterne fare qualcosa di buono per il futuro. Ma non so nemmeno io che significa. Solo che suona bene e il concetto in fondo è sempre lo stesso. Ad ogni alba ci aspettiamo di provare le stesse nuove sensazioni di sempre, mai arricchite dal ricordo dell’alba precedente, vogliamo la purezza dell’immagine, e non averla lascia sempre un po’ di insoddisfazione in più, ogni volta che guardiamo una nuova alba. Fine dell’inizio, inizio della fine, perduti siamo perduti, attenti non lo siamo mai. E ci intossichiamo di verità, quando l’unica cosa vera sono i sogni. Se dovessi raccontare le due serate che si sono succedute quasi senza soluzione di continuità ieri e l’altro ieri, ci sarebbe solo un modo per farlo. Ho sognato.
Colori e suoni antichi, medievali, rumore di alcol e tremore che sa di paura. Ti vedevi traballare dal di fuori, ma non riuscivi a decidere tu come camminare: cosa può essere se non un sogno?
E poi nei sogni succedono sempre cose impossibili nella realtà, e che quando ci svegliamo non ricordiamo.
Poi sono entrata in un mondo misterioso, sembrava una stanza, ma ad un certo punto sembrava proprio non avere più le pareti, ci siamo dilatati in un universo parallelo e certamente più bello… parlare e guardare e ascoltare e parlare ancora, fare domande silenziose e non ricevere scioccanti verità stile colpo di scena finale come nei film di massa americani, ma sentire - e sapere che si sta per sentire proprio quello - frasi chiare, semplici e giuste, seguire il rumore dei pensieri dell’altro e dire che sì: ok, sono perfettamente d’accordo, e la cosa più bella è che lo sapevo. Non può essere distrutta una cosa così. Mai. E dove potrebbe esserci un finale migliore se non in un sogno?
“Where is my mind” dei Pixies finalmente comincia a darmi ragione sullo stato mentale, credo che anche questo esseri inanimati in realtà abbiano un’anima, e che la casualità delle canzoni sia dettata da invisibili quanto misteriosi flussi che traspongono le mie emozioni in bit e matrici binarie che il computer capisce, scegliendo di conseguenza le canzoni adatte al mio umore di adesso…certo, ci ha messo un po’ per entrare in sintonia, ma scommetto che ormai ci siamo…e Tom Waits mi da ragione!

domenica 30 agosto 2009

io vorrei ma poi in fondo mi accontento

c'è un problema fondamentale nella ricerca del nostro obiettivo. non riesco a capire quale, e questo è un problema ancora più profondamente sconcertante se possibile. esco vedo le persone che mi rimandano ad un tempo indefinibilmente lontano dei miei anni passati e riesco a malapena a sentire che mi scorre nelle vene il ricordo della loro voce rivolta a me, la loro faccia e i loro occhi mentre mi guardano...cerco un qualsiasi motivo per capire se faccio bene a fare quello che faccio. io non mi sento di fare un cazzo in realtà...solitudine non è la parola giusta è più che altro deliberato allontanamento da ciò che è stato...da ciò che non vorrei fosse più. mai più. io in realtà adesso sto un po' brilla ma la cosa sta sfumando rapidamente, forse riesco a scrivere qualcosa di decentemente ispirato in questi altri venti secondi di trauma etilico in cui mi trovo, ma sembra che l'eco delle parole significanti che sgorgano solo in questi momenti particolari del limbo tra la vita e la morte stia velocemente svanendo...sento l'inutilità dei miei desideri verso elementi che in fondo sono già troppo mutilati nella mia immaginazione per poter resuscitare. vorrei dire cose serie. vorrei correre sull'eco dell'amore rotto dal muro di lacrime incomprensibili. ma non c'è tempo.